WALL STREET SI ILLUDE
I listini statunitensi hanno chiuso la sessione di ieri decisamente in territorio positivo, alimentati da speranze — poi rivelatesi vane — di un cessate il fuoco imminente in Medio Oriente.
Nel corso della notte, in concomitanza con l’apertura delle borse asiatiche, è però intervenuto il presidente Trump a ribaltare completamente il sentiment degli investitori, con dichiarazioni aggressive e rinnovate minacce nei confronti dell’Iran.
I futures hanno così registrato un nuovo e brusco crollo. Trump ha infatti avvertito che Washington potrebbe colpire l’Iran “duramente” entro due o tre settimane, arrivando persino a suggerire che il Paese potrebbe essere riportato all’“età della pietra”.
Per chi opera oggi sui mercati finanziari, risulta estremamente complesso individuare direzioni chiare nelle price action. La cosiddetta “variabile Trump” appare sempre più imprevedibile, mentre le correlazioni tradizionali sembrano essersi spezzate, sia a livello intermarket sia inframarket.
Si alternano sedute di pieno risk on ad altre di totale avversione al rischio, senza che i mercati riescano a sviluppare una direzione definita, rimanendo intrappolati in un clima di incertezza generalizzata.
VALUTE
L’andamento della seduta di ieri ha mostrato un indebolimento generalizzato del dollaro, che ha perso terreno contro le principali valute, in particolare yen ed euro, senza dimenticare la sterlina.
Il biglietto verde era scivolato fino a 1,1630 contro euro, con la sensazione che quota 1,1700 fosse raggiungibile. Allo stesso modo, l’USD/JPY era sceso a 158,20, mentre il cambio sterlina/dollaro era salito fino a 1,3350.
Sono però bastate le dichiarazioni del presidente statunitense per ribaltare nuovamente la price action. L’EUR/USD è tornato rapidamente in area 1,1530, l’USD/JPY a 159,40 e il cable a 1,3220.
Si tratta di movimenti che, pur non violando livelli tecnici chiave, mantengono i cambi all’interno dei trading range delle ultime settimane, con una volatilità di breve periodo che resta comunque molto elevata.
Poche le novità sui cross: l’EUR/JPY continua a muoversi tra 183,50 e 184,50, mentre l’EUR/GBP rimane stabilmente sopra quota 0,8700.
PETROLIO RISALE SOPRA 100
I futures sul petrolio WTI sono balzati di oltre il 5% nella giornata di giovedì, tornando sopra i 100 dollari al barile e interrompendo un calo durato due sedute. Il movimento è stato innescato dall’affievolirsi delle speranze di un cessate il fuoco, dopo le ultime dichiarazioni del presidente Trump.
Nel suo intervento serale, il presidente non ha fornito tempistiche precise per la fine del conflitto in Medio Oriente, dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero quasi raggiunto i propri obiettivi strategici in Iran. Ha inoltre avvertito che le operazioni militari potrebbero intensificarsi nelle prossime due o tre settimane, colpendo l’Iran in modo “duro” e riportandolo “all’età della pietra”.
Queste affermazioni hanno riacceso i timori di una nuova escalation del conflitto e di potenziali danni a ulteriori infrastrutture energetiche. Nel frattempo, l’Iran ha smentito l’intenzione di cercare un cessate il fuoco, ribadendo che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso e sotto il controllo della Marina delle Guardie Rivoluzionarie.
Sul fronte dei dati, le scorte di greggio statunitensi sono aumentate di 5,5 milioni di barili nella scorsa settimana, raggiungendo i 461,6 milioni, ben oltre le attese di mercato.
GOLD
Giovedì il prezzo dell’oro è sceso in area 4.500 dollari l’oncia, interrompendo una serie di quattro sedute consecutive di rialzi. La correzione è avvenuta in concomitanza con il rafforzamento del dollaro statunitense, dopo che il presidente Trump non ha indicato una data certa per la fine del conflitto.
Il biglietto verde è tornato a essere percepito come bene rifugio, esercitando pressione sui metalli preziosi denominati in dollari. Parallelamente, la ripresa del petrolio ha rafforzato i timori inflazionistici e le aspettative di una politica monetaria più restrittiva.
Gli operatori di mercato hanno ormai completamente scontato l’ipotesi di tagli dei tassi negli Stati Uniti nel 2026, un netto cambiamento rispetto alle aspettative prebelliche, che prevedevano fino a due riduzioni.
USA, ADP IN CRESCITA
Negli Stati Uniti, il settore privato ha creato 62.000 posti di lavoro netti a marzo 2026, superando le attese di mercato, che indicavano un aumento di 40.000 unità. Il dato registra anche un miglioramento rispetto ai 66.000 posti rivisti al rialzo di febbraio.
Il risultato segnala una rinnovata resilienza del mercato del lavoro, nonostante l’incertezza economica e il rallentamento della crescita della forza lavoro, legato anche a una minore immigrazione.
Sono però emerse debolezze nei settori del commercio, dei trasporti e dei servizi di pubblica utilità, mentre il comparto manifatturiero ha registrato una perdita di 11.000 posti di lavoro.
PMI IN RIPRESA
L’indice ISM manifatturiero degli Stati Uniti è salito a 52,7 a marzo 2026, rispetto al 52,4 di febbraio, superando le previsioni fissate a 52,5. Il dato segnala la crescita più sostenuta dell’attività manifatturiera da agosto 2022.
L’espansione è stata trainata da un’accelerazione della produzione, mentre i nuovi ordini hanno rallentato e l’occupazione si è contratta a un ritmo leggermente più rapido.
Marzo rappresenta inoltre il primo periodo in cui le imprese intervistate citano esplicitamente la guerra con l’Iran come fattore di impatto sull’attività, insieme alla persistente incertezza sulla politica economica statunitense. Questo avviene nonostante la recente sentenza della Corte Suprema che ha annullato i dazi previsti dall’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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