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Petrolio ai massimi, ma Wall Street resiste

Saverio Berlinzani
April 03, 2026

PETROLIO SUI MASSIMI, MA LE BORSE REGGONO

 

Dopo una partenza decisamente negativa, nella giornata di ieri i listini statunitensi hanno recuperato terreno nel pomeriggio, chiudendo con variazioni contenute. Il Dow Jones ha registrato una flessione dello 0,13% a 46.505 punti, mentre l’S&P 500 è salito dello 0,11%. Segno positivo anche per il Nasdaq, in rialzo dello 0,18%.

 

Va ricordato, tuttavia, che sia l’S&P 500 sia il Nasdaq perdevano oltre l’1% nelle fasi iniziali della seduta, prima di invertire la rotta. La notizia secondo cui l’Iran starebbe elaborando, insieme all’Oman, un protocollo per monitorare il traffico nello Stretto di Hormuz ha contribuito ad allentare la pressione nel breve periodo.

 

Nonostante ciò, la volatilità è destinata a rimanere elevata, a causa dell’escalation della retorica del presidente Trump e del mantenimento dei prezzi del petrolio su livelli prossimi ai massimi del 2022. Nella giornata di ieri, Trump ha infatti ribadito l’intenzione di adottare misure più aggressive nei confronti dell’Iran.

 

Dal punto di vista settoriale, i titoli dei beni di consumo discrezionali hanno sottoperformato, mentre energia, utilities e immobiliare hanno guidato i rialzi. Tesla ha perso circa il 4% dopo aver comunicato consegne del primo trimestre inferiori alle attese. Meta ha ceduto circa l’1%, mentre Nvidia è salita dello 0,3% e Netflix ha guadagnato circa il 2%.

 

Si ricorda infine che la Borsa statunitense resterà chiusa venerdì per le festività pasquali.

 

PETROLIO SUI MASSIMI

 

I future sul petrolio WTI sono balzati di oltre l’11% nella giornata di giovedì, superando i 111 dollari al barile e toccando quota 114 dollari, leggermente al di sopra del massimo del 9 marzo. Si tratta del livello più alto degli ultimi quattro anni, raggiunto in una seduta estremamente volatile per il mercato energetico.

 

Il rialzo è avvenuto in un contesto di crescente tensione geopolitica legata al Medio Oriente. Il presidente Trump ha promesso di intensificare gli attacchi contro l’Iran e le sue infrastrutture nelle prossime settimane qualora Teheran non accettasse le condizioni di cessate il fuoco imposte dagli Stati Uniti, provocando una risposta aggressiva da parte iraniana.

 

Nella prima parte della seduta, i prezzi del petrolio si erano temporaneamente indeboliti dopo le notizie di un coordinamento tra Oman e Iran su un sistema di pedaggio per le petroliere in transito nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’ottimismo sulla prospettiva di una normalizzazione delle forniture si è rapidamente dissolto.

 

Nel frattempo, il Regno Unito sta ospitando colloqui con numerosi Paesi per garantire la sicurezza della rotta, mentre l’OPEC+ sta valutando un possibile aumento della produzione. È tuttavia improbabile che un’eventuale offerta aggiuntiva possa avere un impatto significativo sui mercati nel breve periodo.

 

VALUTE

 

Sedute poco significative sul mercato dei cambi, complici le imminenti festività e una tensione geopolitica che resta elevata ma sostanzialmente stabilizzata. Le price action hanno mantenuto un dollaro forte contro le principali valute concorrenti.

 

In un mercato fortemente dollaro-centrico, i cross risultano veri e propri moltiplicatori di volatilità, spesso più interessanti rispetto ai cambi diretti, che si muovono in range di poche decine di pips. L’EUR/JPY rimane a ridosso dei precedenti massimi di 184,50, mentre sul lato opposto 183,80 e 183,50 rappresentano supporti chiave.

 

L’EUR/USD si mantiene sopra 1,1520, ma fatica a superare l’area 1,1560–1,1570, livello necessario per tentare un ritorno verso 1,1630. Il cable resta stabile nel range compreso tra 1,3200 e 1,3350.

 

L’USD/JPY, infine, rimane non lontano dalla soglia psicologica di 160,00, area in cui si ritiene possibile un intervento della BoJ a difesa dello yen. Movimento di distribuzione per l’AUD/USD ed estrema debolezza per il NZD, con l’AUD/NZD tornato in area 1,2100 e 1,2150 che si configura come un interessante obiettivo di medio termine.

 

SALE EXPORT USA

 

Le esportazioni statunitensi sono aumentate del 4,2% nel febbraio 2026, pari a 12,6 miliardi di dollari, raggiungendo il livello record di 314,8 miliardi. Il dato è stato trainato da un incremento di 11,5 miliardi nelle esportazioni di beni, con oro non monetario e gas naturale a guidare la crescita.

 

Anche le esportazioni di servizi sono salite di 1,1 miliardi di dollari, sostenute principalmente dai servizi alle imprese e da quelli finanziari.

 

L’impennata delle esportazioni è coincisa con un importante cambiamento nella politica tariffaria degli Stati Uniti. Il 20 febbraio, la Corte Suprema ha abrogato un pilastro centrale dell’agenda commerciale del presidente Trump, costringendo l’amministrazione a ricorrere a tariffe di emergenza basate su una normativa alternativa.

 

Tale autorizzazione, tuttavia, scadrà a luglio, lasciando i funzionari alla ricerca di nuove basi legali per mantenere le misure protezionistiche.

 

CHALLENGER LAYOFFS

 

Negli Stati Uniti, a marzo 2026 sono stati annunciati 60.620 licenziamenti, in aumento rispetto ai 48.307 di febbraio, ma nettamente inferiori ai 275.240 registrati nello stesso mese dell’anno precedente.

 

Il settore tecnologico è risultato quello più colpito, seguito da farmaceutico, istruzione e finanza. 
L’intelligenza artificiale è stata la principale causa dei tagli, con 15.341 licenziamenti, pari al 25% del totale mensile.

 

Considerando l’intero primo trimestre, i datori di lavoro hanno annunciato 217.362 licenziamenti, il livello più basso per un primo trimestre dal 2022 e in calo del 16% rispetto al quarto trimestre del 2025. Se nel 2025 i settori maggiormente colpiti erano Governo, commercio al dettaglio e tecnologia, nel 2026 emergono invece tecnologia, trasporti e sanità.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

 

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