LA TENSIONE RIMANE ALTA
Dopo un avvio in forte calo, Wall Street ha tentato un recupero, chiudendo però in territorio negativo. L’S&P 500, il Dow Jones e il Nasdaq 100 hanno perso rispettivamente lo 0,99%, lo 0,83% e l’1,02%.
Non emergono segnali di de‑escalation del conflitto: Israele ha colpito il Libano mentre l’Iran ha lanciato missili contro Paesi sunniti limitrofi. Gli attacchi tra l’Iran e gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente sono proseguiti per il quarto giorno consecutivo, coinvolgendo impianti energetici nel Golfo Persico. Teheran ha inoltre lanciato un avvertimento formale: qualsiasi nave che attraversi lo Stretto di Hormuz potrebbe essere presa di mira.
L’aumento dei prezzi di petrolio e gas naturale ha spinto al rialzo i rendimenti dei Treasury lungo tutta la curva, mettendo sotto pressione i settori sensibili al credito. In serata, però, Trump ha ordinato alla DFC (Development Finance Corporation) di garantire coperture assicurative a prezzi ragionevoli per tutto il traffico marittimo che transita nel Golfo di Hormuz. Il petrolio ha così corretto, tornando in area 72 dollari al barile nel WTI.
Tra i titoli, Nvidia, Amazon, Apple e Alphabet hanno registrato ribassi compresi tra l’1% e il 2%.
VALUTE
La forza del dollaro ha portato, nella seduta di ieri, a guadagni della valuta statunitense intorno all’1,5%, con un’impennata di momentum che non si vedeva da tempo. Euro, sterlina, yen e valute oceaniche sono state penalizzate dalla chiusura delle posizioni long in mano agli investitori istituzionali, scattata dopo la rottura del supporto chiave dell’EUR/USD a 1,1720.
I minimi toccati a 1,1530 rappresentano il prossimo livello da monitorare: una rottura potrebbe aprire spazio verso 1,1470 e 1,1400.
Le posizioni speculative degli hedge fund e dei grandi operatori, ancora massicciamente long euro e short dollaro, ammontano a circa 160.000 contratti futures a Chicago, pari a circa 19 miliardi di euro. Considerando che il mercato spot è circa venti volte più grande dei futures, le posizioni complessive accumulate dal 2025 — da 1,00 fino ai massimi a 1,2080 del 26 gennaio — potrebbero superare i 400 miliardi di euro.
Tra le altre valute, il franco svizzero continua a mostrare forza. Nonostante il probabile intervento della SNB due giorni fa — con EUR/CHF risalito da 0,9030 a 0,9120 — la coppia è tornata a 0,9065, evidenziando la difficoltà della banca centrale a indebolire la propria divisa.
RENDIMENTI USA
Il rendimento del Treasury decennale statunitense è salito di quasi 6 punti base, raggiungendo il 4,1%, il livello più alto da metà febbraio, dopo un incremento di quasi 9 punti base nella seduta precedente.
L’aumento riflette le tensioni in Medio Oriente e il rialzo dei prezzi dell’energia, fattori che stanno alimentando i timori di un ritorno delle pressioni inflazionistiche, con il rischio di ritardare ulteriormente i tagli dei tassi della Federal Reserve.
I mercati hanno posticipato le attese per il prossimo taglio dei tassi a settembre, rispetto alle precedenti previsioni di luglio, anche se due riduzioni da 25 punti base restano incorporate nelle attese per il 2026. La tipica domanda per i titoli rifugio, in questa fase, non si è concretizzata: la paura dell’inflazione sembra prevalere sulla ricerca di asset difensivi.
I prezzi dell’energia continuano a salire: i future sul WTI si sono avvicinati ai 78 dollari al barile, i prezzi del gas naturale europeo hanno toccato i massimi dal 2023 e il carbone è balzato di oltre l’8%.
ARGENTO IN CALO
Martedì i future sull’argento sono scesi di oltre il 10%, scivolando sotto gli 80 dollari l’oncia. Gli operatori hanno preferito rifugiarsi nel dollaro anziché nei metalli preziosi, in un contesto di forte incertezza geopolitica.
Il biglietto verde ha beneficiato dell’impennata dei prezzi energetici legata al conflitto in Medio Oriente, che ha alimentato i timori inflazionistici, spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari e costretto i mercati a rivalutare il percorso di politica monetaria della Federal Reserve.
Nel frattempo, si prevede che le forze statunitensi intensificheranno gli attacchi contro l’Iran, prendendo di mira impianti missilistici, droni e asset navali. Un alto funzionario iraniano ha avvertito che le navi che tenteranno di attraversare lo Stretto di Hormuz potrebbero essere colpite, con il rischio di bloccare il traffico petrolifero in una delle principali arterie energetiche globali.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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