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Borse in difesa, dollaro forte e petrolio in rally

Saverio Berlinzani
March 03, 2026

LE BORSE PROVANO A TENERE

 

Gli indici americani, ieri, hanno tentato un recupero dopo un avvio di seduta decisamente sottotono. Il Dow Jones ha chiuso in calo dello 0,15%, mentre il Nasdaq è avanzato dello 0,36%. L’S&P 500, invece, è rimasto vicino alla parità, segnando un modesto +0,04%.

 

Nella prima parte della giornata a pesare sono state le tensioni geopolitiche, con l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran che ha provocato un’impennata dei prezzi del petrolio, aggravando le preoccupazioni legate all’instabilità in Medio Oriente.

 

Alcuni titoli tecnologici hanno tentato un rimbalzo dopo i recenti cali dovuti alle incertezze sull’intelligenza artificiale. Le forze statunitensi hanno ucciso la Guida Suprema iraniana durante una serie di attacchi nel fine settimana, spingendo l’Iran a rispondere colpendo diversi obiettivi nella regione. Nella notte, inoltre, è stata colpita l’ambasciata statunitense a Riad, alimentando il timore di un possibile allargamento del conflitto.

 

L’indice VIX è risalito oltre quota 20, attestandosi a 21,5. A livello settoriale, la maggior parte dei comparti si è comunque ripresa grazie a un’accelerazione globale del de‑risking.

 

Sul fronte macro, l’impennata inattesa dell’indice ISM dei prezzi manifatturieri ha riacceso i timori di un ritardo nei tagli dei tassi da parte della Federal Reserve. Nel settore tecnologico, diversi produttori di chip hanno registrato ribassi: Broadcom, AMD e Alphabet sono scesi di oltre l’1%. Al contrario, Nvidia è salita del 3% e Palantir ha messo a segno un balzo del 6,5%, in parte compensando le perdite della scorsa settimana.

 

Il comparto bancario è rimasto debole, con JPMorgan e Bank of America in calo, penalizzate dai rischi legati al credito privato e dall’aumento delle insolvenze di clienti rilevanti.

 

DOLLARO IN RIPRESA

 

Lunedì l’indice del dollaro è balzato sopra quota 98,5, toccando i massimi delle ultime cinque settimane. Gli operatori cercano asset rifugio in un contesto di forte incertezza a causa dell’escalation della guerra in Medio Oriente.

 

Gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran nel fine settimana, provocando la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e portando alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Teheran ha reagito attaccando asset americani in tutta la regione, aumentando i timori di un conflitto più ampio.

 

Nel frattempo, i dati di venerdì hanno mostrato un incremento dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti superiore alle attese. Ciò indica che le aziende stanno trasferendo sui consumatori i maggiori costi derivanti dai dazi, complicando gli scenari di allentamento della politica monetaria da parte della Fed.

 

Nonostante ciò, i mercati scontano ancora due tagli dei tassi da 25 punti base entro l’anno, ipotizzando che le recenti turbolenze possano indurre la Fed ad agire prima del previsto.

 

L’EUR/USD ha rotto il livello di 1,1700 e sta scendendo verso i primi supporti chiave a 1,1650. Attenzione alle posizioni speculative long euro sui futures di Chicago: se dovessero essere liquidate, potrebbero generare un forte sell‑off.

 

Il dollaro guadagna anche contro lo yen, con obiettivi in area 157,80 e, in caso di rottura, 159,50–160,00. Il biglietto verde torna dunque a comportarsi come la storica valuta rifugio di Bretton Woods. Scenario analogo per le valute oceaniche e per la sterlina.

 

Sul franco svizzero si segnala un probabile intervento della SNB sui minimi di 0,9030 di EUR/CHF e 0,7670 di USD/CHF, con prezzi risaliti rispettivamente a 0,9120 e 0,7810.

 

INDICE PMI USA

 

L’indice PMI manifatturiero ISM è sceso a 52,4 a febbraio 2026, da 52,6 di gennaio, pur restando sopra le attese (51,8). Il dato conferma un secondo mese di espansione del settore, seppur a un ritmo più moderato.

 

Rallentano nuovi ordini (55,8 vs 57,1) e produzione (53,5 vs 55,9), mentre occupazione (48,8 vs 48,1) e scorte (48,8 vs 47,6) rimangono in territorio di contrazione.

 

Si intensificano invece le pressioni sui prezzi: il sottoindice raggiunge 70,5, il livello più alto dal giugno 2022, trainato dagli aumenti di acciaio, alluminio e dai dazi su numerosi beni importati.

Le consegne dei fornitori rallentano ulteriormente (55,1 vs 54,4), segnando il terzo mese consecutivo di dilatazione dei tempi.

 

Secondo Susan Spence dell’ISM, quattro dei sei principali settori manifatturieri — chimica, macchinari, attrezzature per il trasporto e prodotti informatici/elettronici — hanno mostrato espansione a febbraio.

 

PETROLIO ANCORA IN RIALZO

 

I future sul WTI sono aumentati di oltre il 2%, salendo a 73 dollari al barile martedì, dopo il +6% della seduta precedente e lasciando un evidente gap rialzista a quota 68,15.

 

La causa è chiaramente legata all’escalation delle ostilità in Medio Oriente e ai crescenti rischi di una chiusura totale dello Stretto di Hormuz.

 

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti faranno “tutto il necessario” e fonti della Casa Bianca riferiscono che Washington starebbe preparando una significativa escalation di attacchi nelle prossime 24 ore, con l’obiettivo di colpire produzione missilistica, droni e asset navali iraniani.

 

Da parte sua, l’Iran ha avvertito che le navi che tenteranno di attraversare lo Stretto potrebbero essere prese di mira. Il traffico delle petroliere è praticamente bloccato, compromettendo una delle principali arterie energetiche globali, responsabile di circa un quinto del petrolio mondiale.

 

Saudi Aramco ha sospeso temporaneamente le operazioni nella raffineria di Ras Tanura — la più grande del regno — per valutare i danni dopo l’impatto di un drone sull’impianto. Tutto ciò aumenta ulteriormente i timori di una riduzione dell’offerta a livello globale.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

 

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