WALL STREET NON MOLLA MAI: LE RAGIONI
I principali indici azionari di Wall Street hanno chiuso la seduta di martedì 2 giugno 2026 in lieve rialzo, trainati in particolare dalla buona performance del comparto industriale.
Il Dow Jones ha chiuso a +0,45%, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno registrato rispettivamente +0,14% e +0,03%: incrementi contenuti ma comunque positivi, in un contesto di rinnovata incertezza geopolitica che, tuttavia, non riesce in alcun modo a frenare le price action azionarie.
Ciò evidenzia una resilienza delle borse che appare a molti sorprendente e, talvolta, anche incomprensibile.
Evidentemente, gli sviluppi nel settore hi-tech e dell’intelligenza artificiale — in particolare dell’IA agentica — sono talmente rilevanti da mettere in secondo piano qualsiasi elemento negativo potenzialmente in grado di penalizzare i listini.
Un agente IA è infatti un software avanzato progettato per eseguire compiti complessi e prendere decisioni in modo autonomo, con una supervisione umana minima o nulla. A differenza dei chatbot tradizionali o dei semplici sistemi di risposta ai prompt, un agente riceve un obiettivo finale di alto livello, pianifica i passaggi necessari, seleziona ed esegue gli strumenti più appropriati e corregge il proprio percorso fino al raggiungimento del risultato.
Questo comporta sviluppi estremamente significativi e rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma.
Finora, gli ingenti investimenti degli hyperscaler (come Microsoft, Google, Amazon e Meta) sono stati considerati dal mercato principalmente come costi da ammortizzare. Tuttavia, l’avvento dell’AI agentica sta modificando questa narrativa in due modi.
Da un lato, si passa da “centro di costo” a “motore di ricavi”: gli agenti AI sono infatti in grado di automatizzare attività complesse — dalla gestione della supply chain all’assistenza clienti avanzata — trasformando l’infrastruttura da semplice spesa in una piattaforma di servizi capace di generare ritorni concreti anche nel breve periodo.
VALUTE
Sul mercato dei cambi segnaliamo un USD/JPY che ha sfiorato quota 160 nella notte, area notoriamente sensibile e a rischio per un eventuale intervento dello yen.
Gran parte delle dinamiche del Forex ruota attorno a questo elemento chiave: la valuta giapponese, sulla quale si stanno moltiplicando dichiarazioni favorevoli a un intervento da parte della Bank of Japan.
L’ultima in ordine di tempo è arrivata dal ministro delle Finanze giapponese, Katayama, che si è dichiarato pronto a intervenire sul mercato valutario, se necessario.
Qualora ciò accadesse, i movimenti si propagherebbero in maniera significativa: il dollaro potrebbe indebolirsi non solo contro lo yen, ma anche nei confronti delle altre valute, in un classico effetto di correlazione — seppur con intensità differenti.
Di conseguenza, tutti i cross contro yen potrebbero subire gli effetti di una rivalutazione forzata della valuta giapponese.
L’EUR/JPY, ad esempio, dopo aver testato livelli superiori a 186,00, sembra iniziare una fase correttiva, così come GBP/JPY e gli altri cross legati alla valuta asiatica.
Sul fronte opposto, saranno da monitorare i livelli di resistenza di EUR/USD e GBP/USD (Cable), attualmente posizionati nel breve a 1,1680 e 1,3510.
USD/CHF ed EUR/CHF restano invece all’interno dei consueti range, con livelli chiave rispettivamente a 0,7900 e 0,9200.
PETROLIO
Mentre sui mercati azionari e valutari l’avversione al rischio non appare evidente — complice il peso di fattori come l’AI e lo yen — sul mercato delle materie prime essa si manifesta più chiaramente attraverso il prezzo del petrolio.
I futures sul WTI hanno raggiunto i 95 dollari al barile, segnando la terza sessione consecutiva di rialzi, in un contesto di persistente incertezza sui negoziati tra Stati Uniti e Iran e di rinnovate tensioni in Medio Oriente.
Questi elementi continuano a sostenere un premio per il rischio geopolitico sui mercati energetici.
Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, l’Iran avrebbe lanciato missili balistici verso paesi limitrofi, mentre le forze statunitensi avrebbero colpito l’isola di Qeshm in risposta a tentativi di attacco attribuiti a Teheran.
Nonostante l’escalation, il presidente Donald Trump ha ribadito che i negoziati con l’Iran restano attivi.
Nel frattempo, negli Stati Uniti i dati settoriali indicano un calo delle scorte di greggio pari a 6,8 milioni di barili nella settimana precedente. Se il dato sarà confermato dalle statistiche ufficiali attese mercoledì, si tratterebbe del sesto calo settimanale consecutivo.
ORO
I prezzi dell’oro si sono mantenuti al di sotto dei 4.500 dollari l’oncia, estendendo le perdite registrate all’inizio della settimana.
A pesare sono stati dati sul mercato del lavoro statunitense migliori delle attese, che hanno rafforzato le aspettative di una politica monetaria restrittiva da parte della Federal Reserve per un periodo più prolungato.
I dati pubblicati martedì mostrano infatti un forte aumento delle offerte di lavoro (JOLTS) ad aprile, ai massimi degli ultimi due anni, mentre i licenziamenti sono diminuiti, confermando la solidità del mercato del lavoro.
L’attenzione degli investitori è ora rivolta al report sui salari non agricoli (Non-Farm Payrolls), previsto per venerdì, che potrebbe fornire ulteriori indicazioni sulla direzione della politica monetaria.
Nel frattempo, le tensioni tra Stati Uniti e Iran, che hanno contribuito al rialzo del petrolio, stanno alimentando timori inflazionistici, rafforzando ulteriormente l’ipotesi di una Fed più aggressiva.
Nonostante ciò, il presidente Trump ha confermato che i negoziati sono ancora in corso, mentre alcune fonti indicano che funzionari iraniani starebbero rivedendo un “testo definitivo” da presentare nel prosieguo delle trattative.
AUSTRALIA
L’economia australiana è cresciuta dello 0,3% su base trimestrale nel primo trimestre del 2026, al di sotto delle aspettative (+0,5%) e in rallentamento rispetto al +0,9% registrato nel trimestre precedente.
Si tratta della crescita più debole dell’ultimo anno, penalizzata dalla contrazione della spesa pubblica e dei consumi delle famiglie, dalle interruzioni nell’attività mineraria dovute a condizioni climatiche avverse e da una domanda estera più debole.
Le esportazioni sono diminuite dell’1,1%, a causa del calo delle spedizioni di carbone e minerale di ferro, mentre le importazioni sono aumentate del 2,1%.
La domanda interna ha comunque contribuito per 1 punto percentuale alla crescita del PIL, trainata dagli investimenti privati (+0,7 punti percentuali) e, in misura minore, dai consumi delle famiglie (+0,3 punti percentuali).
Su base annua, la crescita del PIL si è attestata al 2,5%, al di sotto delle previsioni del 2,7%.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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