WALL STREET, TORNA L’EUFORIA
Chiusura in forte rialzo per Wall Street, trainata dal rimbalzo del settore tecnologico e dei semiconduttori.
Il Dow Jones ha registrato un nuovo record storico, superando e chiudendo per la prima volta sopra la soglia psicologica dei 53.000 punti. I tre principali indici azionari statunitensi hanno terminato le contrattazioni in territorio positivo, con il Nasdaq Composite in rialzo dell’1,12%, a guidare i guadagni grazie al rinnovato entusiasmo per l’intelligenza artificiale.
L’S&P 500, dal canto suo, ha messo a segno un +0,72%, avvicinandosi ai massimi storici. Il Dow Jones ha invece chiuso a +0,29%, registrando il suo ventunesimo record dell’anno.
Dopo le forti vendite di fine giugno, i titoli legati ai semiconduttori sono tornati a correre. Tra le blue chip si sono distinte le ottime performance di IBM (+3,39%), Goldman Sachs (+2,89%) e Boeing (+2,83%).
In calo, invece, i titoli farmaceutici e dei beni di consumo, con Amgen (-2,62%), Nike (-2,31%) e Procter & Gamble (-2,30%) tra i peggiori.
Nel frattempo, gli investitori restano cautamente ottimisti in vista della pubblicazione dei verbali della riunione di giugno della Federal Reserve, prevista per mercoledì, la prima sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh.
VALUTE
Nel mercato valutario il dollaro resta sotto pressione. Il Dollar Index si mantiene al di sotto della soglia di 101 punti, penalizzato dal ridimensionamento delle aspettative degli investitori su un possibile rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, dopo la pubblicazione di dati sul mercato del lavoro inferiori alle attese (ADP e NFP).
I dati diffusi la scorsa settimana hanno evidenziato un rallentamento della crescita occupazionale a giugno, accompagnato da revisioni al ribasso delle retribuzioni dei due mesi precedenti.
I mercati prezzano ora una probabilità di circa il 50% di un aumento dei tassi da parte della Fed a settembre, in calo rispetto ai circa due terzi registrati prima della pubblicazione degli ultimi dati sull’occupazione.
L’attenzione degli investitori è ora rivolta ai verbali della riunione di politica monetaria di giugno della Fed, dai quali si attendono indicazioni sulle future mosse dei tassi d’interesse. Sotto osservazione anche i dati sul deficit commerciale statunitense, attesi nella giornata odierna.
Il dollaro si è indebolito nei confronti della maggior parte delle principali valute, pur restando vicino ai massimi degli ultimi quarant’anni contro lo yen giapponese.
L’EUR/USD oscilla tra 1,1400 e 1,1450, mentre l’USD/JPY è sceso leggermente dai massimi di ieri a 162,40, tornando nell’area di 161,80, nonostante l’assenza di interventi da parte della Bank of Japan.
Il mercato appare sostanzialmente cristallizzato sui livelli attuali, in attesa di nuovi elementi in grado di indirizzare i prezzi.
Sul mercato COT, le posizioni sullo yen restano fortemente negative e orientate al ribasso. I contratti long su USD/JPY ammontano a quasi 18 miliardi di dollari nei soli futures, equivalenti a circa 350 miliardi considerando anche spot e swap dei mercati non regolamentati.
Recuperano terreno anche le valute oceaniche, sebbene restino ancora al di sotto delle principali resistenze tecniche.
ANCORA PRESSIONE SUL PETROLIO
Il WTI resta stabile, pur mantenendosi vicino ai minimi del periodo, con quotazioni attorno ai 69 dollari al barile e sui livelli più bassi degli ultimi quattro mesi.
Continuano a pesare sui prezzi le aspettative di un incremento dell’offerta globale, mentre il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz prosegue il suo graduale ritorno alla normalità.
Secondo alcune fonti, almeno otto navi collegate al Giappone hanno attraversato il strategico passaggio marittimo lungo una rotta vicina all’Iran, tra cui cinque superpetroliere capaci di trasportare fino a 2 milioni di barili di greggio ciascuna.
Nel frattempo, Saudi Aramco ha ridotto di 11 dollari al barile il prezzo del greggio Arab Light destinato agli acquirenti asiatici per il prossimo mese, portandolo a uno sconto di 1,50 dollari rispetto al benchmark regionale, segnale di condizioni di mercato più favorevoli sul fronte dell’offerta.
Le ultime due occasioni in cui la compagnia saudita ha adottato una politica di forti sconti sui prezzi risalgono alle guerre del petrolio del 2020 e del 2015.
La decisione è arrivata dopo che i membri dell’OPEC+, guidati dall’Arabia Saudita, hanno concordato nel fine settimana un aumento delle quote produttive per il prossimo mese, rafforzando ulteriormente le aspettative di una maggiore disponibilità di greggio sul mercato globale.
IL GOLD CONSOLIDA
Martedì l’oro è sceso sotto i 4.150 dollari l’oncia, pur conservando gran parte dei guadagni accumulati la scorsa settimana.
Gli operatori attendono la pubblicazione dei verbali della riunione di giugno della Federal Reserve per ottenere nuove indicazioni sulle prospettive dei tassi d’interesse.
I dati diffusi la scorsa settimana hanno mostrato un rallentamento della crescita dell’occupazione e revisioni al ribasso dei salari dei due mesi precedenti, inducendo i mercati a ridimensionare le aspettative di un rialzo dei tassi nel breve termine.
Attualmente gli operatori attribuiscono circa il 50% di probabilità a un aumento dei tassi a settembre, rispetto a quasi due terzi prima dell’ultimo rapporto sull’occupazione.
In questo contesto, il metallo giallo potrebbe tornare a risultare particolarmente interessante, grazie al calo dei rendimenti obbligazionari.
L’oro ha inoltre beneficiato della flessione dei prezzi del petrolio e della progressiva normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz.
Dal punto di vista tecnico, l’area dei 3.950 dollari rappresenta il supporto chiave da preservare. Una tenuta sopra tale livello manterrebbe aperto lo scenario di accumulazione, con potenziali obiettivi in area 4.550 e successivamente 4.880 dollari l’oncia.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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