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Wall Street debole tra dazi, petrolio e inflazione

Saverio Berlinzani
July 08, 2026

WALL STREET CONTRASTATA


Martedì gli indici azionari statunitensi hanno chiuso in territorio contrastato. L’S&P 500 ha perso lo 0,22%, mentre il Nasdaq 100 ha registrato un calo dello 0,83%. In controtendenza, il Dow Jones è salito dello 0,20%, raggiungendo un nuovo massimo storico.


A innescare le vendite nel comparto tecnologico è stata la pubblicazione dei risultati trimestrali del colosso coreano Samsung. Nonostante utili record superiori alle attese, i dati hanno alimentato i timori degli analisti che il boom legato all’intelligenza artificiale possa rallentare a causa della normalizzazione delle catene di approvvigionamento.


La notizia ha colpito il settore dei semiconduttori quotato a New York. Micron, SanDisk e Applied Materials hanno registrato perdite comprese tra l’8% e il 10%.


SpaceX ha ceduto il 6%, nonostante l’inclusione nel Nasdaq 100.


I listini sono stati inoltre penalizzati dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dopo che gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz hanno riacceso i timori di una nuova fiammata dell’inflazione energetica.


VALUTE


Il dollaro statunitense si rafforza nuovamente in seguito alle rinnovate tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, causate da un attacco dei Pasdaran contro navi in transito nello Stretto di Hormuz, tra cui un’imbarcazione qatariota e una petroliera saudita.


L’USD/JPY è tornato con decisione sopra quota 162,00, mentre la speculazione continua a mettere sotto pressione la Bank of Japan in un contesto particolarmente complesso.


L’EUR/USD è tornato in prossimità dell’area di supporto di 1,1400, mentre il GBP/USD (Cable) ha corretto verso quota 1,3350.


L’AUD/USD continua a muoversi nel range compreso tra 0,6860 e 0,6960, mentre il dollaro neozelandese si rafforza dopo il rialzo dei tassi da parte della Reserve Bank of New Zealand (RBNZ).


La banca centrale neozelandese ha aumentato il tasso ufficiale di riferimento di 25 punti base, portandolo al 2,50% nella riunione di luglio. Si tratta del primo rialzo degli ultimi tre anni e la decisione era ampiamente attesa dai mercati.


L’obiettivo della RBNZ è riportare l’inflazione verso il target del 2%, limitando al contempo gli effetti negativi sull’economia. La banca centrale ha evidenziato come la parziale riapertura dello Stretto di Hormuz abbia contribuito a ridurre i prezzi di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, attenuando temporaneamente le pressioni inflazionistiche.


Secondo le stime dell’istituto, l’inflazione dovrebbe scendere dal 3,9% registrato nel secondo trimestre del 2026 a circa il 2% nei prossimi dodici mesi.


Il Comitato, tuttavia, ha avvertito che gli effetti dello shock energetico potrebbero persistere. Tra i principali rischi a medio termine figurano l’adeguamento dei prezzi da parte delle imprese, la ricostruzione dei margini e un possibile indebolimento del tasso di cambio.


L’economia neozelandese ha perso slancio nel trimestre terminato a giugno a causa dell’aumento dei costi energetici, ma si prevede una ripresa dell’attività economica nel trimestre di settembre grazie al calo dei prezzi dei carburanti e al miglioramento della fiducia.


I responsabili della politica monetaria hanno inoltre sottolineato che ulteriori rialzi dei tassi restano possibili e dipenderanno dall’evoluzione dei dati macroeconomici.


DEFICIT USA


Il deficit commerciale degli Stati Uniti si è ampliato significativamente a maggio 2026, raggiungendo i 77,6 miliardi di dollari rispetto ai 54,6 miliardi di aprile (dato rivisto). Il risultato è sostanzialmente in linea con le attese del mercato, che prevedevano un disavanzo di 78,5 miliardi.
Si tratta del livello più elevato da marzo 2025.


Le importazioni sono aumentate del 3,3%, raggiungendo 395,3 miliardi di dollari, il valore più alto degli ultimi dodici mesi. L’incremento è stato trainato soprattutto dagli acquisti di beni di consumo, in particolare prodotti farmaceutici e telefoni cellulari, oltre che da petrolio greggio e autovetture.


Le esportazioni, invece, sono diminuite del 3,2%, attestandosi a 317,7 miliardi di dollari. A pesare sono state soprattutto le minori spedizioni di oro non monetario e altri metalli preziosi, computer e accessori informatici, nonché beni di consumo, in particolare prodotti farmaceutici.


I dati di maggio suggeriscono che il contributo delle esportazioni nette al PIL del secondo trimestre potrebbe essere più negativo rispetto a quanto registrato nel primo trimestre.


Resta inoltre elevata l’incertezza legata alla politica commerciale, mentre l’amministrazione Trump prosegue con misure tariffarie alternative e con il passaggio a revisioni commerciali annuali nei confronti di Canada e Messico.


PETROLIO


Mercoledì il prezzo del petrolio greggio ha superato i 72 dollari al barile, registrando un rialzo superiore al 5% dall’inizio della settimana.


A sostenere le quotazioni sono stati i nuovi raid aerei condotti dagli Stati Uniti in Iran e la revoca della deroga che consentiva a Teheran di esportare petrolio sui mercati globali.


Il riacutizzarsi delle tensioni mette a rischio il fragile accordo di pace tra Stati Uniti e Iran e riporta al centro dell’attenzione il rischio di nuove interruzioni delle forniture energetiche mondiali.


Le tensioni hanno inoltre scoraggiato armatori e produttori regionali dall’utilizzare lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi del commercio energetico globale.


L’escalation rappresenta un netto cambio di scenario rispetto alle precedenti aspettative di un eccesso di offerta, alimentate dall’aumento delle quote produttive dell’OPEC+ e dalla maggiore produzione dei paesi mediorientali.


INFLAZIONE USA


Negli Stati Uniti, le aspettative di inflazione media per i successivi dodici mesi sono aumentate di 0,2 punti percentuali a giugno 2026, raggiungendo il 3,7%, il livello più alto da settembre 2023.


Anche le aspettative a tre anni sono salite di 0,2 punti, attestandosi al 3,3%, il valore più elevato da giugno 2022.


Le aspettative di inflazione a cinque anni sono invece rimaste stabili al 3,0%.


Parallelamente, le attese sull’aumento dei prezzi della benzina sono diminuite di 3,5 punti percentuali, scendendo all’1,5%, il livello più basso da agosto 2022.


GOLD: RIBASSO PREVEDIBILE


Mercoledì l’oro si è attestato intorno ai 4.100 dollari l’oncia, dopo aver perso oltre l’1% nella seduta precedente.


Il movimento è seguito ai nuovi attacchi aerei statunitensi contro l’Iran e alle recenti tensioni nel traffico marittimo dello Stretto di Hormuz.


La nuova escalation geopolitica ha contribuito a sostenere i prezzi del petrolio, aumentando i timori inflazionistici e rafforzando le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi di interesse.


Gli Stati Uniti hanno inoltre revocato una deroga che consentiva all’Iran di esportare greggio sui mercati globali. Contestualmente, le recenti ostilità hanno ridotto il traffico commerciale attraverso Hormuz, aumentando il rischio di nuove interruzioni nelle forniture energetiche mondiali.


In questo contesto, il mercato sta rivalutando le prospettive di politica monetaria, elemento che ha contribuito alla pressione ribassista sul metallo prezioso.


Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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