WALL STREET IN DISCESA
Nella seduta di ieri, martedì 23 giugno 2026, Wall Street ha registrato una giornata di pesanti ribassi, trainata da un massiccio sell-off che ha colpito l’intero settore tecnologico.
I listini americani sono scesi ai minimi da oltre una settimana, a causa dei forti cali legati ai titoli dei semiconduttori e ai timori sul comparto dell’intelligenza artificiale.
L’ondata di vendite ha colpito in modo differenziato i listini, penalizzando soprattutto il comparto tech. Il Nasdaq ha registrato la performance peggiore, chiudendo a -2,33%, seguito dall’S&P 500 a -1,46% e dal Dow Jones a -0,58%.
Tra gli investitori tornano a diffondersi i timori relativi alle valutazioni elevate raggiunte dal settore tecnologico, mettendo fine a un rally di quasi tre mesi degli asset più rischiosi.
L’indice VIX ruota intorno ai 20 punti, a dimostrazione di un’elevata incertezza: un’indecisione che, per ora, non si è ancora trasformata in una vera avversione al rischio, ma che pone comunque seri interrogativi sul prossimo futuro.
Nvidia e Tesla hanno perso entrambe il 4%. Allo stesso modo, SpaceX è crollata del 16% dopo aver emesso obbligazioni a una sola settimana dalla sua IPO, alimentando i timori di ingenti spese in conto capitale.
VALUTE
Sul mercato dei cambi assistiamo da giorni al recupero e alla rinnovata forza del dollaro, che schiaccia l’euro portandolo a ridosso di 1,1350 e si mantiene forte anche contro lo yen, che resta vicino ai minimi storici.
La discesa della moneta unica deriva principalmente dalla debolezza dell’euro, legata ai fondamentali macroeconomici, e da un biglietto verde che evidenzia una buona tenuta degli aggregati macro, soprattutto dopo la pubblicazione dei PMI, risultati superiori alle attese.
Nel frattempo, l’USD/JPY continua a mettere alla prova BoJ e Fed, mentre l’euro scivola contro le principali divise, in particolare contro lo yen, passando dai 186,50 di qualche giorno fa ai livelli di maggio, intorno a 183,60.
Sale anche il franco svizzero, in un parziale ritorno del “risk-off”, che lo riporta in area 0,9200. Al contrario, le valute oceaniche scivolano inesorabilmente verso 0,6900 e 0,5650, rispettivamente per AUD/USD e NZD/USD.
La forza del dollaro, a nostro avviso, è destinata a durare, a meno che non vi sia un’esplicita volontà di indebolire la divisa statunitense. Questo avviene in un contesto macro che presenta Stati Uniti resilienti e un Vecchio Continente in cui la BCE mostra ancora l’intenzione di alzare i tassi per combattere l’inflazione, pur dichiarandosi preoccupata per una crescita insufficiente, come ribadito dalla presidente Lagarde due giorni fa.
PETROLIO
Mercoledì il prezzo del petrolio greggio è sceso verso i 72 dollari al barile, avvicinandosi ai livelli precedenti all’inizio del conflitto in Medio Oriente.
Questo movimento è stato favorito dalla ripresa del transito di un numero crescente di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, in un contesto di progressi nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran.
L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha dichiarato di aver ricevuto garanzie di sicurezza che potrebbero consentire a centinaia di navi di lasciare il Golfo Persico attraverso Hormuz, mentre proseguono gli sforzi per evacuare migliaia di marittimi.
L’AIE ha inoltre riferito che le esportazioni di petrolio degli Emirati Arabi Uniti, all’inizio di giugno, sono tornate a quasi l’85% dei livelli pre-conflitto, grazie all’utilizzo di oleodotti, impianti di stoccaggio e rotte marittime alternative.
Nel frattempo, Iran e Oman hanno annunciato l’avvio di discussioni su un quadro comune per la gestione del transito nello Stretto di Hormuz, comprese le strutture tariffarie, sollevando timori che Teheran possa introdurre tasse di passaggio.
PMI USA
L’indice PMI manifatturiero statunitense di S&P Global è salito a 55,7 a giugno 2026, rispetto a 55,1 di maggio, superando le previsioni di mercato di 54,8 e raggiungendo il livello più alto da maggio 2022.
Questa espansione indica che le condizioni dell’attività manifatturiera sono migliorate costantemente dallo scorso agosto, con una crescita in progressiva accelerazione rispetto al minimo toccato a febbraio.
A trainare questa dinamica è stata l’accelerazione della produzione, che ha raggiunto il ritmo più rapido da luglio 2021, sostenuta dall’aumento dei nuovi ordini, il più marcato da aprile 2022.
RENDIMENTI TITOLI DI STATO USA
Martedì il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni è sceso al 4,48%, in seguito alla reazione degli investitori ai segnali di un possibile avvicinamento a una soluzione duratura tra Stati Uniti e Iran.
Allo stesso tempo, la fuga verso beni rifugio, innescata dal crollo dei titoli tecnologici, ha fornito ulteriore sostegno al mercato obbligazionario.
Stati Uniti e Iran hanno concordato una tabella di marcia per un accordo di pace entro 60 giorni, mentre Washington ha concesso a Teheran una licenza temporanea, sempre di 60 giorni, per la vendita di petrolio sui mercati internazionali.
Di conseguenza, i prezzi del greggio sono diminuiti, offrendo un certo sollievo alle pressioni inflazionistiche, sebbene la crescita dei prezzi rimanga elevata.
Questa settimana l’attenzione è rivolta all’imminente pubblicazione del dato sull’inflazione PCE, l’indicatore preferito dalla Fed. Il tono restrittivo della banca centrale nella scorsa settimana ha spinto gli investitori ad aumentare le scommesse su ulteriori rialzi dei tassi nel corso dell’anno.
Attualmente, i mercati stimano una probabilità di aumento dei tassi a settembre intorno al 68%, in forte crescita rispetto al 29% della settimana precedente.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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