WALL STREET FALLISCE IL RECUPERO
Nella seduta di ieri, 24 giugno 2026, Wall Street ha vissuto una giornata di forte volatilità e nervosismo, caratterizzata da un tentativo di rimbalzo iniziale svanito nel corso delle contrattazioni a causa del perdurare delle vendite nel comparto tecnologico e dei semiconduttori.
I listini americani hanno aperto in territorio positivo, cercando di recuperare il pesante sell-off della sessione precedente, ma hanno rallentato vistosamente nel finale.
L’indice S&P 500 ha chiuso la giornata in frazionale calo dello 0,10%, mentre il Dow Jones e il Nasdaq hanno registrato rispettivamente un +0,29% e un -0,19%, evidenziando una chiara rotazione dei portafogli verso i titoli industriali. Al contrario, il settore tecnologico è stato ancora interessato da prese di beneficio.
Gli investitori restano cauti sul comparto legato all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori.
CROLLA IL PETROLIO
Il WTI scende sotto i 70 dollari al barile, estendendo le perdite per la quarta sessione consecutiva e annullando quasi tutti i guadagni realizzati dall’inizio del conflitto in Medio Oriente.
Le ragioni sono legate all’ottimismo che circonda i negoziati di pace, nonostante non siano ancora definitivamente conclusi. La crescente fiducia in un accordo duraturo ha incoraggiato un numero maggiore di petroliere ad attraversare lo Stretto di Hormuz.
I compratori si trovano ad affrontare un’importante ondata di offerta di greggio proveniente dal Medio Oriente e da altre regioni esportatrici, tra cui l’Africa occidentale.
Inoltre, lo spread del Brent a breve termine — un indicatore attentamente monitorato — è passato mercoledì in contango ribassista per la prima volta dall’inizio del conflitto.
Siamo ormai a ridosso dei prezzi pre-guerra, quando il mercato, il 27 febbraio, aprì in gap rialzista a causa dello scoppio del conflitto.
VALUTE
Il mercato dei cambi resta tranquillo, con scarse oscillazioni e bassa volatilità, sebbene il dollaro rimanga forte contro le principali valute, in particolare contro lo JPY.
Ci troviamo a ridosso dei 162 yen per dollaro, in attesa di sviluppi sul fronte di un possibile intervento della BoJ. Per ora si registra equilibrio su questi livelli e nulla sembra modificarne la price action.
L’EUR/USD appare in leggero recupero dopo il test dei supporti chiave posti a 1,1320, mentre il Cable tiene meglio, rimanendo sopra 1,3140, in seguito alle dimissioni di Starmer, accolte positivamente dal mercato.
L’EUR/GBP si colloca a ridosso dei supporti chiave di medio termine in area 0,8590, mentre le valute oceaniche restano sotto pressione, soprattutto il NZD/USD.
Il dollaro dovrebbe mantenersi forte nel medio termine, soprattutto alla luce di fondamentali decisamente favorevoli alla divisa statunitense. Al contrario, nel vecchio continente, sia l’euro sia la sterlina risentono dei problemi geopolitici e macroeconomici.
Va inoltre ricordato che la Fed è attesa, nel prossimo autunno, a uno o due rialzi dei tassi, secondo quanto emerso dall’ultima riunione del FOMC.
ORO SOTTO I 4.000
Giovedì l’oro si è indebolito, scendendo sotto i 4.000 dollari l’oncia e avvicinandosi ai minimi registrati nel novembre 2025.
Le ragioni sono da ricercare nel rafforzamento del dollaro e nelle crescenti aspettative di rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.
Il dollaro statunitense ha raggiunto il livello più alto da oltre un anno rispetto a un paniere di valute principali, rendendo le materie prime denominate in dollari, come l’oro, più costose per gli investitori che detengono altre valute.
La scorsa settimana la Fed ha mantenuto i tassi di interesse invariati, ma ha segnalato un crescente orientamento verso una politica monetaria più restrittiva, con il presidente Kevin Warsh che ha ribadito l’impegno a tenere sotto controllo l’inflazione.
I mercati stanno ora scontando un possibile aumento dei tassi a settembre, con ulteriori rialzi potenzialmente in arrivo entro la fine dell’anno.
Queste aspettative hanno oscurato l’effetto positivo dei progressi nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran, che hanno riportato i prezzi del petrolio ai livelli pre-conflitto e ridotto significativamente le pressioni inflazionistiche.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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