USA SALE, ASIA SCENDE
La sessione di Wall Street di mercoledì 15 luglio 2026 ha registrato una chiusura positiva per i principali indici azionari statunitensi, trainata dai dati macroeconomici favorevoli sull'inflazione USA, scesa al 3,5%, e dalle trimestrali record delle grandi banche d'affari.
Ottime performance, infatti, per il settore finanziario dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali. Spicca il rally di Goldman Sachs (+9%, miglior titolo del Dow Jones), seguita da JPMorgan Chase (+2,4%) e Bank of America (+2%).
Sul fronte macroeconomico, il raffreddamento dell'inflazione ha alimentato l'ottimismo degli investitori in vista delle prossime mosse della Fed, che potrebbe lasciare invariati i tassi di interesse.
Nella notte, invece, i listini asiatici hanno perso quota, con la maggior parte delle borse della regione che ha chiuso in ribasso. A pesare è stata soprattutto la discesa del comparto dei semiconduttori, nuovamente sotto pressione a causa delle persistenti preoccupazioni sulla sostenibilità del settore dell'intelligenza artificiale.
Il KOSPI sudcoreano ha perso oltre il 6%, mentre il Nikkei giapponese ha ceduto circa il 3%.
VALUTE
Sul fronte valutario, il dollaro si è stabilizzato dopo le perdite registrate nelle due sedute precedenti, causate dal calo delle pressioni inflazionistiche evidenziato dalla pubblicazione di CPI e PPI inferiori alle attese. Questo scenario alimenta le speranze di una Fed leggermente più accomodante e ha contribuito a ridurre le aspettative di un ulteriore rialzo dei tassi di interesse da parte della banca centrale statunitense.
I dati pubblicati mercoledì hanno mostrato un calo inatteso dei prezzi alla produzione negli Stati Uniti nel mese di giugno, per la prima volta in quasi un anno, principalmente a causa della diminuzione dei costi energetici. Il dato segue il rapporto sull'inflazione al consumo diffuso martedì, anch'esso risultato inferiore alle aspettative.
I mercati hanno così ridimensionato le probabilità di un aumento dei tassi da parte della Fed a settembre, con la probabilità implicita scesa a circa il 44% dal 50% del giorno precedente.
Nel frattempo, il rinnovato conflitto tra Stati Uniti e Iran ha sostenuto i prezzi del petrolio nel corso della settimana, alimentando nuove preoccupazioni sull'inflazione e sulle prospettive dei tassi di interesse. Ciononostante, mercoledì il presidente Donald Trump ha affermato che Teheran avrebbe manifestato la volontà di riprendere i negoziati.
Sul mercato valutario, l'EUR/USD si mantiene in area 1,1470, mentre il Cable è salito decisamente sopra quota 1,3500. L'EUR/GBP ha violato il supporto di 0,8500, scendendo fino a 0,8450, per poi recuperare alcuni pip.
La tendenza dovrebbe rimanere invariata, con l'EUR/GBP ancora inserito in un trend ribassista nonostante possibili correzioni tecniche, mentre l'EUR/USD potrebbe incontrare difficoltà nel proseguire il movimento rialzista.
L'USD/JPY, dal canto suo, non perde terreno e resta vicino ai massimi di area 162,50-162,60. I principali supporti si collocano a 161,60 e, per il momento, hanno tenuto efficacemente.
Le valute oceaniche consolidano i recenti movimenti, mentre il franco svizzero rimane stabile intorno a 0,9250 contro euro e a 0,8060 contro dollaro. Il NZD/USD continua a mostrare una tendenza positiva, mentre l'AUD/USD tenta di recuperare quota 0,7000.
PETROLIO
Dopo giorni di rialzi, il petrolio sembra essersi stabilizzato nelle ultime ore. Il WTI si mantiene intorno agli 80 dollari al barile, al di sotto delle principali resistenze tecniche, mentre il Brent quota circa 84 dollari.
Il contesto resta caratterizzato dall'intensificazione della campagna militare statunitense contro l'Iran, con l'obiettivo di garantire la sicurezza della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Mercoledì le forze statunitensi hanno effettuato nuovi raid aerei, prendendo di mira depositi di missili e siti di lancio iraniani. Alcune fonti indicano inoltre che il presidente Donald Trump sarebbe favorevole a un'estensione delle operazioni militari e avrebbe discusso la possibile conquista dell'isola di Kharg, principale terminale di esportazione petrolifera dell'Iran.
L'escalation del conflitto ha spinto i prezzi del petrolio ai massimi dell'ultimo mese e ha riacceso i timori di possibili interruzioni delle forniture energetiche dal Medio Oriente, recuperando circa un terzo del calo registrato nel secondo trimestre dopo l'accordo di pace provvisorio, che aveva migliorato temporaneamente le prospettive di approvvigionamento.
GOLD
Sul fronte dell'oro, segnaliamo una fase di consolidamento, durante la quale i prezzi oscillano tra i minimi recenti di 3.950 dollari l'oncia e la resistenza rappresentata da quota 4.200 dollari.
Si tratta di un'ampia fase laterale che potrebbe rappresentare un equilibrio temporaneo prima di un eventuale ritorno del trend rialzista.
Da un lato, l'aumento del prezzo del petrolio alimenta il rischio di nuove pressioni inflazionistiche; dall'altro, i dati macroeconomici statunitensi continuano a mostrare segnali disinflazionistici. Questa divergenza si somma alle incertezze geopolitiche, generando forte instabilità nelle aspettative sui tassi di interesse.
Del resto, i dati sull'inflazione fanno riferimento al mese di giugno e non incorporano ancora gli effetti dell'ultima escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran. L'accordo di pace provvisorio raggiunto il mese scorso appare infatti ormai superato dagli ultimi sviluppi geopolitici.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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