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Tensione alta tra guerra e inflazione

Saverio Berlinzani
March 27, 2026

TENSIONE ANCORA ALTA

 

Tra gli interventi spesso contraddittori di Trump e le risposte ferme di Teheran, che ne respingono le iniziative, è difficile capire come sui mercati possa tornare il sereno, almeno per il momento.

Vi sono però due questioni fondamentali che oggi influenzano i mercati.

 

La prima riguarda la geopolitica e la guerra in Medio Oriente, che sta lentamente erodendo la fiducia in tutto l’Occidente e oltre.

 

La seconda concerne la situazione interna degli Stati Uniti, con dati macroeconomici che delineano un quadro preoccupante, soprattutto in assenza di interventi su debito e inflazione, e con un occhio di riguardo al mercato immobiliare statunitense.

 

Mentre l’amministrazione Trump è impegnata militarmente contro l’Iran, le conseguenze economiche interne — guidate dal prezzo dell’energia e dall’incertezza globale — stanno alimentando un clima di crescente panico finanziario. Ieri sono stati pubblicati i PPI di marzo, in rialzo dell’1,3% su base mensile, un dato molto elevato, insieme ai prezzi all’export saliti dell’1,5%.

 

La guerra, quindi, non è l’unico problema. È accompagnata da fattori che rischiano di minare le fondamenta dell’economia statunitense, sotto la pressione congiunta di debito e inflazione. È significativo che nel 2026 gli interessi sul debito pubblico americano siano previsti superare i 1.000 miliardi di dollari — un record storico — mentre il debito totale ha ormai superato i 39.000 miliardi.

 

WALL STREET CEDE

 

Ieri è stata una giornata convulsa sui mercati azionari, con Wall Street che ha chiuso decisamente in negativo. A pesare sono state le voci di un’escalation del conflitto militare, in seguito alle dichiarazioni rilasciate da Trump nella serata precedente.

 

A ciò si è aggiunta la minaccia inflazionistica, dopo i dati su prezzi all’import e all’export, risultati significativamente superiori alle attese. Va inoltre ricordato che tali dati non tengono conto dell’aumento del prezzo del petrolio avvenuto in marzo, poiché riferiti al mese precedente.

 

Il Dow Jones ha perso l’1% a 45.960 punti, mentre l’S&P 500 è sceso dell’1,74% a 6.477 punti. Peggio ancora il Nasdaq, in calo del 2,38% a 21.408 punti.

 

Teheran ha respinto la richiesta statunitense di avviare colloqui per un cessate il fuoco, riducendo le speranze di una rapida fine del conflitto e confermando la propria volontà di mantenere bloccate le esportazioni di energia dallo Stretto di Hormuz. I rendimenti dei Treasury sono risaliti insieme al nuovo aumento dei prezzi dell’energia, penalizzando in particolare i titoli speculativi dell’intelligenza artificiale. Tesla, Microsoft, Amazon e Meta hanno infatti registrato ribassi compresi tra il 3% e l’1,5%.

 

VALUTE

 

In un contesto di avversione al rischio, il dollaro continua a rafforzarsi, soprattutto contro lo yen. Il cambio USD/JPY si avvicina pericolosamente a quota 160, livello che nel 2024 aveva spinto le autorità giapponesi a intervenire pesantemente sui mercati valutari.

 

Il ministro delle Finanze, Satsuki Katayama, ha affermato che il governo è pronto ad adottare “misure coraggiose” per contrastare eccessive fluttuazioni, dato che l’impennata dei prezzi dell’energia — alimentata dal conflitto in Medio Oriente — pesa su un’economia giapponese fortemente dipendente dal petrolio e sulla sua valuta.

 

Katayama ha anche indicato che il ministero sta monitorando i mercati delle materie prime dopo aver avviato verifiche con gli operatori riguardo a un possibile intervento sui futures del petrolio.

Nel frattempo gli investitori restano alle prese con l’incertezza in Medio Oriente e con lo scetticismo sulla possibilità di un accordo tra Stati Uniti e Iran nel breve periodo.

 

Sulle altre coppie valutarie, l’EUR/USD rimane vicino a 1,1500, livello di supporto chiave. Una rottura potrebbe aprire spazio a discese verso area 1,1420–1,1430. Il Cable, per ora, difende la zona 1,3315–1,3325. Le valute oceaniche sono in ribasso, mentre — in modo insolito — il franco svizzero perde terreno contro l’euro, tornando verso 0,9200, segnale che forse la SNB sta monitorando attentamente le dinamiche di mercato.

 

USA, JOBLESS CLAIMS

 

Le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti sono aumentate di 5.000 unità rispetto al mese precedente, raggiungendo 210.000 nella terza settimana di marzo, in linea con le attese del mercato.

 

Le richieste continuative, che misurano la disoccupazione effettiva, sono invece diminuite di 32.000 unità a 1.819.000, ben al di sotto delle aspettative (1.850.000) e ai minimi da maggio 2024.

Questi dati continuano a contraddire i segnali più deboli emersi dal rapporto sull’occupazione di febbraio, che aveva mostrato un rallentamento del ritmo delle assunzioni.

 

GOLD IN RIPRESA

 

L’oro è tornato sopra quota 4.400 dollari l’oncia dopo il forte calo della sessione precedente. Il rimbalzo è legato alla decisione del presidente Trump di posticipare eventuali attacchi contro gli impianti energetici iraniani fino al 6 aprile, per tentare di raggiungere un accordo che ponga fine alla guerra.

 

Secondo Trump, l’Iran avrebbe permesso a dieci petroliere di attraversare lo Stretto di Hormuz come “gesto” distensivo. Parallelamente, Teheran ha confermato di aver respinto il piano americano in 15 punti e di aver presentato le proprie condizioni, tra cui il riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz.

 

Ieri l’oro aveva perso quasi il 3% a causa dei crescenti dubbi sulla possibilità di un cessate il fuoco a breve, in un contesto di vendite massicce. L’aumento dei prezzi dell’energia e il protrarsi del conflitto alimentano timori inflattivi e rafforzano le aspettative di possibili rialzi dei tassi da parte delle principali banche centrali.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

 

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