GUERRA O TREGUA, QUESTO IL DILEMMA
Gli indici azionari statunitensi hanno chiuso in rialzo mercoledì, estendendo il rimbalzo della settimana, grazie ai segnali di una possibile volontà degli Stati Uniti di allentare le tensioni con l’Iran. Tuttavia, le tensioni sono rapidamente riemerse: le proposte americane non hanno trovato riscontro da parte iraniana, che ha respinto la possibilità di una tregua.
Nonostante ciò, gli indici USA hanno terminato la seduta del 25 marzo 2026 in territorio positivo, alimentando le speranze di pace. Il Dow Jones è salito dello 0,66% a 46.429 punti; l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,54% a 6.592 punti; il Nasdaq ha chiuso in rialzo dello 0,77% a 21.930 punti.
Le materie prime energetiche, che ieri sera erano scese, sono tornate a salire nella notte, complice l’incertezza geopolitica. Un andamento simile si è osservato sui rendimenti dei titoli di Stato, prima in calo e poi nuovamente in aumento.
Questo nonostante le notizie secondo cui Washington avrebbe elaborato un piano per porre fine ai combattimenti in Medio Oriente, contribuendo a ipotesi di inflazione più moderata, e nonostante la risposta intransigente dell’Iran. Il calo iniziale dei rendimenti aveva sostenuto la propensione al rischio a Wall Street, con tutti i settori — esclusi i produttori di energia — in rialzo. Successivamente, però, i contrasti diplomatici sono tornati a pesare.
È probabile che questo susseguirsi di proposte, rifiuti, controproposte e rinvii continui ancora per qualche tempo.
VALUTE
L’incertezza geopolitica mantiene neutrali anche le oscillazioni valutarie, che restano all’interno dei trading range degli ultimi giorni, mentre prosegue il “balletto” di comunicazioni tra USA e Iran.
L’EUR/USD rimane compreso tra 1,1530 e 1,1630, con una volatilità più elevata della norma. Anche il Cable oscilla tra 1,3230 e 1,3470.
Il USD/JPY si avvicina alla potenziale soglia di intervento della BoJ posta a 160,00, anche se non è chiaro se la banca centrale aspetterà come nel 2024, quando i prezzi raggiunsero 161,60 prima di intervenire pesantemente.
Le valute oceaniche sono in ribasso, ma dopo i rialzi precedenti: il mercato continua a privilegiare il dollaro come asset rifugio, alterando le correlazioni tradizionali. CHF e JPY, di norma valute rifugio, si stanno infatti muovendo all’opposto rispetto al passato: scendono in fase di risk-off e salgono in condizioni di risk-on.
USA, PARTITE CORRENTI
La bilancia delle partite correnti statunitense — che registra i flussi netti di merci, servizi, redditi e trasferimenti tra residenti e non residenti — ha mostrato un disavanzo inferiore alle attese nel quarto trimestre 2025.
Il deficit si è ridotto a 190,7 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 239,1 miliardi del trimestre precedente, segnando il valore più basso dal primo trimestre 2021.
Il deficit commerciale è sceso a 241,5 miliardi da 265,9 miliardi, grazie a una contrazione delle importazioni superiore a quella delle esportazioni, effetto dei dazi imposti dall’amministrazione statunitense.
Il surplus dei servizi è leggermente diminuito a 81,4 miliardi (da 86,5 miliardi), mentre il disavanzo del reddito secondario è sceso a 54,6 miliardi (da 57,2 miliardi).
PETROLIO, SI TORNA A SALIRE?
I futures sul WTI sono risaliti sopra i 91 dollari al barile durante la notte, recuperando parte delle perdite precedenti, in un contesto caratterizzato da dichiarazioni contrastanti tra Stati Uniti e Iran.
Teheran ha affermato di non voler avviare colloqui con Washington né accettare un cessate il fuoco, rivendicando il pieno controllo sullo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca, invece, ha ribadito che gli sforzi diplomatici proseguono e che gli USA avrebbero inviato all’Iran, tramite il Pakistan, una proposta articolata in 15 punti per tentare di riaprire la cruciale via marittima.
La quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz ha compromesso in modo significativo i flussi globali di petrolio, causando la perdita di milioni di barili al giorno. Mentre alcune navi continuano a transitare sotto scorta iraniana, gli alleati USA nell’area Asia‑Pacifico — tra cui Corea del Sud, Australia e Filippine — stanno affrontando crescenti carenze di carburante.
PPI IN CRESCITA
A febbraio 2026 i prezzi alle importazioni negli Stati Uniti sono aumentati dell’1,3%, il maggiore incremento da marzo 2022 e superiore alle attese (0,5%).
I prezzi dei carburanti e dei lubrificanti sono cresciuti del 3,8%, dopo il calo dell’1,2% di gennaio. Il rialzo è stato trainato da un +2,5% dei prodotti petroliferi e da un’impennata del 24,7% del gas naturale.
Su base annua, i prezzi delle importazioni USA sono aumentati dell’1,3%, il ritmo più elevato da febbraio 2025.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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