SCENDE WALL STREET
Gli indici azionari statunitensi, ieri 3 febbraio, hanno registrato forti perdite, in particolare nel settore tecnologico e nell’area dei produttori di chip e società legate all’intelligenza artificiale. L’S&P 500 ha perso lo 0,84% dopo aver toccato nuovi massimi storici a inizio seduta, mentre il Nasdaq 100 è sceso dell’1,43%. Anche il Dow Jones ha chiuso in negativo, con un calo dello 0,34%.
Le società dei semiconduttori e dell’AI sono state colpite duramente: Micron, Broadcom, Oracle e Intuit hanno perso tra il 4% e l’8%. Nvidia ha ceduto il 5% da inizio settimana, dopo indiscrezioni secondo cui avrebbe ridotto il piano di investimenti in OpenAI. AMD ha chiuso la seduta in ribasso del 5% in attesa dei risultati trimestrali.
Nel frattempo, PayPal è crollata di quasi il 20% dopo la pubblicazione dei risultati del quarto trimestre e l’annuncio del nuovo CEO. Anche Disney ha perso terreno dopo il cambio al vertice. Al contrario, Palantir è balzata del 6% dopo aver superato le stime e le previsioni per il 2026. Bene anche Pfizer e Merck, che hanno sostenuto un andamento positivo del comparto farmaceutico.
VALUTE
Il forex, dopo giorni di forte volatilità, si è improvvisamente stabilizzato in attesa di nuovi catalizzatori in grado di modificare la price action. Le dichiarazioni di Trump e Bessent si sono di fatto annullate, portando i cambi a trovare un equilibrio di breve termine.
Il ritorno del risk off sulle borse non si è tradotto in una corrispondente impennata dell’EUR/USD, come spesso accade nelle fasi di correlazione classica. Al contrario, il dollaro ha tenuto complessivamente le posizioni. I principali cambi sono rimasti all’interno dei rispettivi trading range: EUR/USD a 1,1830, GBP/USD a 1,3720, USD/JPY a 155,65 e le oceaniche ancora stabili a 0,7030 e 0,6050.
I punti tecnici chiave non sono lontani: una rottura dei supporti sul dollaro, attualmente molto vicini ai prezzi attuali, potrebbe ridare slancio ai venditori.
BUND
Il rendimento dei titoli di Stato tedeschi a 30 anni è salito al 3,55%, livello più alto dal 2011, mentre gli investitori richiedono premi maggiori a fronte di un forte aumento delle emissioni di debito pubblico. La Germania punta infatti a raccogliere 512 miliardi di euro nel 2026 per finanziare infrastrutture e spesa per la difesa, in un contesto di crescente concorrenza tra emittenti europei.
La domanda di debito tedesco rimane comunque solida: il nuovo titolo a 20 anni emesso a gennaio ha registrato ordini quasi record, e anche le emissioni a 2, 10 e 30 anni hanno mostrato miglioramenti sui tassi. Altri Paesi dell’Eurozona hanno osservato una domanda molto forte nelle aste di gennaio.
L’attenzione ora si sposta sulla prossima riunione della BCE, dove si prevede che la politica monetaria resterà invariata, mentre i membri del board valuteranno l’effetto deflazionistico di un euro più forte.
GOLD
Ieri, e soprattutto nella notte, l’oro è rimbalzato con forza, salendo di oltre il 7% a 5.065 dollari l’oncia e avviandosi verso il maggior guadagno giornaliero dal novembre 2008. Il rimbalzo arriva dopo il crollo più ripido mai registrato, con il metallo giallo che lunedì era sceso fino a 4.405 dollari l’oncia, complici pesantissime prese di profitto dopo la recente corsa ai massimi oltre 5.600 dollari.
Il movimento dell’oro è stato influenzato dalla nomina di Kevin Warsh a presidente della Federal Reserve da parte del presidente Trump. Warsh è percepito come più aggressivo in materia di politica monetaria: gli investitori si aspettano sì dei tagli ai tassi, ma anche un approccio più restrittivo al bilancio della Fed, scenario che può rallentare la ripresa economica e sostenere la domanda di beni rifugio.
Sul fronte macro, il BLS statunitense ha annunciato il rinvio del rapporto sulle buste paga non agricole a causa della chiusura parziale del governo federale. Sul piano geopolitico, restano sotto i riflettori i colloqui USA‑Iran previsti per venerdì e la ripresa dei negoziati di pace sull’Ucraina dopo i nuovi attacchi russi.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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