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Mercati stabili tra tensioni e petrolio volatile

Saverio Berlinzani
March 31, 2026

WALL STREET CONSOLIDA

 

I principali indici azionari statunitensi, indicatori primari del sentiment dei mercati, hanno chiuso la seduta di ieri, 30 marzo 2026, con variazioni limitate. Il Dow Jones ha registrato un lieve rialzo dello 0,11%, mentre l’S&P 500 è sceso dello 0,39%. Il Nasdaq, più sensibile alle dinamiche dei titoli growth, ha invece perso lo 0,73%. Questi titoli, infatti, tendono a salire maggiormente nelle fasi di risk on e a scendere più bruscamente quando prevale l’avversione al rischio.

 

Il tema dominante rimane quello dell’aumento dei prezzi energetici. I future su WTI e Brent sono saliti fino a 104,50 e 109,50 dollari, per poi tornare rapidamente in area 100 e 106 dollari. Il movimento suggerisce che alcune banche centrali stiano cercando di moderare la corsa delle quotazioni, mantenendole sotto determinate soglie considerate critiche.

 

Sul fronte geopolitico, gli attacchi degli Houthi continuano a minacciare le esportazioni dal Mar Rosso, mentre il presidente Trump ha rinnovato le sue minacce all’Iran qualora non venisse raggiunto un accordo nel breve termine. Nonostante queste tensioni, i rendimenti obbligazionari hanno rallentato la loro corsa: il decennale USA è rientrato al 4,33%, in calo rispetto al valore superiore al 4,40% registrato il giorno precedente. Il mercato sembra quindi considerare sia i rischi inflazionistici sia quelli per la crescita legati alla carenza di energia.

 

Nel comparto azionario, i titoli tecnologici hanno chiuso prevalentemente in rialzo dopo le pesanti vendite della scorsa settimana. Nvidia, Amazon e Microsoft hanno recuperato oltre l’1%. Anche il settore bancario ha mostrato segnali di forza grazie al rimbalzo del mercato obbligazionario, con JPMorgan e Bank of America entrambe in aumento superiore all’1%.

 

PETROLIO

 

Questa mattina i future sul petrolio WTI sono scesi a circa 101 dollari al barile, annullando i guadagni della prima parte della seduta. Il calo è avvenuto dopo indiscrezioni secondo cui il presidente Donald Trump avrebbe espresso ai suoi collaboratori la disponibilità a porre fine alla campagna militare contro l’Iran anche qualora lo Stretto di Hormuz rimanesse in gran parte chiuso. Una tale decisione potrebbe consolidare ulteriormente il controllo di Teheran su una delle vie d’acqua più strategiche al mondo.

 

Parallelamente, l’Iran ha colpito una petroliera kuwaitiana nei pressi di un porto di Dubai, evidenziando il peggioramento delle condizioni di sicurezza nel Golfo Persico. Gli Houthi, sostenuti da Teheran, sono nel frattempo entrati nel conflitto in Yemen prendendo di mira Israele durante il fine settimana. Inoltre, l’Iran starebbe valutando di ostacolare la navigazione nel Mar Rosso.

 

L’insieme di questi eventi mette a rischio due dei principali corridoi commerciali ed energetici globali e potrebbe ridurre in maniera significativa i flussi di petrolio dal Medio Oriente.

Nonostante le oscillazioni recenti, il WTI rimane avviato verso un incremento mensile superiore al 50%, un valore da record per il mercato petrolifero statunitense.

 

VALUTE

 

Lo yen giapponese continua a rappresentare l’ago della bilancia nel mercato dei cambi, complice la serie di interventi verbali delle autorità nipponiche che cercano di contrastare mesi di deprezzamento della valuta. Il cambio contro dollaro si è stabilizzato intorno a quota 159,60, mantenendo i guadagni della sessione precedente. L’andamento è sostenuto sia dagli avvertimenti del governo sia dal crescente posizionamento del mercato in vista di un possibile intervento diretto.

 

Il responsabile valutario Atsushi Mimura ha dichiarato lunedì che il governo è pronto ad adottare misure decisive se necessario, richiamando le affermazioni del Ministro delle Finanze Satsuki Katayama. Tali comunicazioni sono arrivate mentre lo yen si rafforzava al di sotto della soglia critica di 160 per dollaro, un livello che nel luglio 2024 aveva già portato Tokyo a intervenire direttamente sul mercato.

 

Nonostante questo sostegno, lo yen rimane sotto pressione a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio, determinato dal conflitto in Medio Oriente, un fattore sensibile per il Giappone che dipende fortemente dalle importazioni energetiche. La valuta è comunque destinata a chiudere il mese con una perdita superiore al 2%, mentre il dollaro continua a essere il principale asset rifugio nelle fasi di incertezza geopolitica.

 

L’euro/dollaro è sceso fino a 1,1440 per poi recuperare qualche punto. Anche le altre principali valute hanno mostrato debolezza generalizzata nei confronti del biglietto verde. Quanto durerà questo scenario dipenderà in larga parte dai livelli tecnici: per la moneta unica, i supporti chiave si trovano a 1,1390 e 1,1210, fondamentali per evitare un’inversione completa del trend rialzista.

 

EUROZONA

 

L’indicatore di fiducia economica dell’Eurozona è sceso a 96,6 nel marzo 2026, in calo rispetto ai 98,2 del mese precedente e al di sotto delle aspettative del mercato fissate a 96,8. La diminuzione è stata determinata soprattutto dall’aumento delle aspettative di inflazione legate al conflitto in Medio Oriente, mentre la fiducia dei consumatori ha evidenziato un peggioramento marcato. La fiducia dei rivenditori è risultata più debole, mentre quella del settore dei servizi è rimasta sostanzialmente stabile.

 

A livello di singoli Paesi, sono stati registrati cali significativi in Francia, Spagna, Paesi Bassi e Italia. La Germania, invece, è rimasta pressoché invariata.

 

GERMANIA: INFLAZIONE IN RIALZO

 

L’inflazione in Germania è salita al 2,7% su base annua nel marzo 2026, secondo la stima preliminare, in aumento rispetto all’1,9% di febbraio e in linea con le previsioni. Si tratta del valore più alto da gennaio 2024, trainato principalmente dall’aumento del 7,2% dei prezzi dell’energia.

 

L’inflazione dei servizi è rimasta stabile al 3,2%, mentre l’inflazione core — che esclude alimentari ed energia — è rimasta ferma al 2,5%. L’inflazione alimentare è invece scesa allo 0,9% dall’1,1% del mese precedente. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP), osservato con particolare attenzione dalla BCE, è salito al 2,8%, il valore più alto degli ultimi 14 mesi, confermandosi al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dall’istituto centrale.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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