BORSE, VIOLAZIONE DEI SUPPORTI CHIAVE
Venerdì gli indici americani hanno rotto i supporti dati dai minimi precedenti, significativi e relativi agli ultimi 4-6 mesi, perdendo tra lo 0,8% e l’1,8%.
L'indice S&P 500 ha ceduto l'1,5%, il Nasdaq 100 è crollato dell'1,8% toccando i minimi degli ultimi sei mesi, mentre il Dow Jones ha perso lo 0,8% raggiungendo i minimi degli ultimi quattro mesi. Il tutto è stato causato dall’escalation del conflitto in Medio Oriente e dall’impennata dei prezzi dell’energia.
Da un punto di vista tecnico, questa flessione sembra un’inversione di medio termine, anche se molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto in Iran.
Il sentiment è peggiorato ulteriormente con i preparativi del Pentagono per il dispiegamento di ulteriori Marines nella regione, mentre la Federal Reserve ha mantenuto i tassi di interesse tra il 3,50% e il 3,75% all'inizio della settimana.
Micron Technology ha perso il 4,8%, mentre Supermicro è crollata del 33,3% a causa delle pressioni derivanti dalle accuse di contrabbando di chip rivolte al suo CEO.
Al contrario, FedEx ha guadagnato l’1% grazie a solide previsioni, mentre le major energetiche come Exxon Mobil sono salite dell’1% spinte dall’impennata del petrolio.
VALUTE
EUR/USD sale verso 1,1600 mentre il Gold scende, in correlazione diretta con il biglietto verde: una vera anomalia in un mercato tipicamente risk-off. In condizioni normali, infatti, un aumento dell’avversione al rischio dovrebbe spingere il dollaro a salire come asset rifugio e l’oro a perdere quota.
Invece, in questo contesto, sia il dollaro sia l’oro scivolano. Probabilmente prevalgono le posizioni pregresse aperte sugli asset, in modo poco correlato e del tutto disallineato rispetto ai modelli storici.
L’altra anomalia riguarda l’indebolimento dello yen in un clima di avversione al rischio: USD/JPY ed EUR/JPY continuano ad arrampicarsi proprio nei momenti di maggiore tensione, quando la logica suggerirebbe l’esatto contrario. Anche il franco svizzero si indebolisce sul dollaro.
Tutto ciò dimostra come il caos e l’incertezza stiano prevalendo, con le correlazioni tradizionali ormai saltate e mercati dominati da posizioni tattiche di breve termine.
IL GOLD PERDE QUOTA
Venerdì l'oro è crollato del 2%, scendendo a 4.570 dollari l’oncia e avviandosi verso il suo maggiore calo settimanale dal 1983. La causa è l’escalation delle tensioni in Medio Oriente, che ha spinto al rialzo i prezzi dell’energia e smontato le speranze di un taglio dei tassi di interesse.
I prezzi hanno ulteriormente accelerato al ribasso dopo la notizia del dispiegamento, da parte del Pentagono, di tre navi da guerra e migliaia di Marines nella regione. Gli operatori hanno iniziato a prezzare una probabilità del 50% di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve entro ottobre, temendo un’inflazione persistente.
È chiaro che, se la Fed dovesse alzare il costo del denaro, l’oro diventerebbe meno conveniente poiché non remunera il capitale. Tuttavia, ciò ha fatto saltare la correlazione oro/dollaro — solitamente inversa. Con il biglietto verde in calo, l’oro avrebbe dovuto recuperare qualcosa, ma ha invece continuato a scendere, complice l’aumento dei rendimenti dei Treasury e prese di profitto per coprire perdite altrove.
All’inizio della settimana, Federal Reserve, BCE, Bank of England e Bank of Japan hanno mantenuto i tassi invariati, ma hanno espresso disponibilità a inasprire ulteriormente la politica monetaria se le pressioni inflazionistiche dovessero persistere.
IL PETROLIO TENTA IL GRANDE BALZO
I futures del petrolio WTI restano sopra i supporti chiave e attaccano livelli di resistenza che non si vedevano da tempo. Il WTI è risalito a 98 dollari al barile, mentre il Brent ha toccato i 108 dollari.
Gli investitori temono una prosecuzione del conflitto, che potrebbe generare una spirale inflazionistica senza precedenti. La durata della guerra è cruciale per evitare che i prezzi dell’energia rimangano elevati a lungo, compromettendo i macro-dati dei Paesi finora più resilienti e innescando una recessione che significherebbe stagflazione.
I mercati scontano già una riduzione dell’offerta globale: l’Iraq ha annunciato la chiusura temporanea dei giacimenti petroliferi e gli attacchi dei droni iraniani hanno colpito le raffinerie kuwaitiane.
Nel frattempo, il presidente Donald Trump rilascia dichiarazioni contrastanti che non convincono investitori e operatori, sempre più timorosi. Siamo forse in una fase in cui prevale il detto anglosassone: “Don’t panic, but if you panic, be the first”.
Le principali borse stanno violando supporti di medio termine che potrebbero generare il sell-off dell’anno, con vendite significative convalidate sia dall’analisi macro sia da quella tecnica.
Intanto arrivano notizie secondo cui il Pentagono avrebbe schierato migliaia di Marines per valutare l’eventuale conquista dell'isola di Kharg. Si spera in una soluzione diplomatica, anche se il rischio di una prolungata interruzione dei flussi energetici globali è concreto.
RENDIMENTI TITOLI GOVERNATIVI USA
Venerdì il rendimento dei Treasury a 10 anni è salito di circa 10 punti base al 4,37%, raggiungendo il livello più alto da luglio 2025.
Nel frattempo gli operatori devono convivere con una volatilità esogena alimentata dalle dichiarazioni di politici, banchieri e rappresentanti istituzionali, che esercitano ulteriore pressione sui mercati.
Mercoledì la Federal Reserve ha mantenuto invariato il tasso sui fed funds. Le proiezioni indicano ancora un taglio dei tassi entro l’anno, ma i policymaker hanno sottolineato l’incertezza legata all’impatto economico della guerra e segnalato elevati rischi al rialzo per l’inflazione.
Paradossalmente, ciò potrebbe costringere la Fed ad alzare il costo del denaro per contrastare l’inflazione derivante dai rincari energetici.
Il rendimento dei Treasury a 2 anni, più sensibile alle aspettative sulla politica monetaria, è salito di quasi 10 punti base al 3,9%.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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