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Mercati in calo tra yen forte e metalli in correzione

Saverio Berlinzani
January 15, 2026

WALL STREET RIPIEGA

 

Nelle contrattazioni regolari di mercoledì, il Dow Jones ha perso lo 0,09%, l'S&P 500 lo 0,53% e il Nasdaq Composite l'1%.

 

I produttori di chip e le aziende di software — tra cui Nvidia (-1,4%), Broadcom (-4,2%), Micron (-1,4%) e Oracle (-4,3%) — hanno ceduto terreno dopo le notizie secondo cui le autorità cinesi starebbero limitando alcuni chip e software di sicurezza informatica prodotti negli Stati Uniti.

Anche altri colossi tecnologici hanno registrato ribassi, con Microsoft (-2,4%), Amazon (-2,5%) e Meta (-2,5%) in calo.

 

I titoli finanziari hanno esteso la recente fase di vendite, guidati da Wells Fargo (-4,5%) a causa del calo dei ricavi. Bank of America (-3,8%) e Citigroup (-3,3%) sono scese nonostante abbiano superato le stime sugli utili, complice la crescente preoccupazione per il tetto ai tassi delle carte di credito proposto dal Presidente Trump.

 

JPY IN RIALZO, BOJ SUL MERCATO

 

Ieri, dopo un balzo fino a 159,45, il cambio USD/JPY è sceso rapidamente di circa 100 pips, alimentando tra gli operatori il sospetto di un intervento della Bank of Japan sul mercato.

 

All'inizio della settimana, il Ministro delle Finanze Satsuki Katayama e il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent avevano espresso preoccupazione per il “deprezzamento unilaterale” dello yen durante un incontro bilaterale a margine di una riunione multilaterale dei ministri delle finanze.

 

Bessent ha inoltre sottolineato l’importanza di una comunicazione chiara della politica monetaria, ribadendo quanto già affermato lo scorso ottobre, quando aveva esortato il governo giapponese a concedere alla BoJ maggiore “spazio di manovra” per contrastare l’inflazione.

 

Nel frattempo, i mercati continuano a speculare su possibili elezioni anticipate il mese prossimo, che potrebbero portare a stimoli fiscali più aggressivi, mantenendo lo yen sotto pressione.

 

ALTRE VALUTE

 

Giovedì il dollaro si è stabilizzato sopra quota 99, dopo un aumento della volatilità a inizio settimana. Gli investitori continuano a valutare le prospettive della politica della Federal Reserve alla luce dei nuovi dati economici e delle preoccupazioni sull’indipendenza della banca centrale.

 

I dati di mercoledì hanno mostrato una lieve accelerazione dell’inflazione alla produzione a novembre, dopo precedenti report che indicavano una crescita contenuta dei prezzi al consumo. Anche le vendite al dettaglio sono aumentate più del previsto.

 

Nel frattempo, il Presidente Donald Trump ha dichiarato di non avere intenzione di licenziare il presidente della Fed Jerome Powell, nonostante le minacce di un’incriminazione da parte del Dipartimento di Giustizia.

 

La Fed è attesa mantenere i tassi invariati entro fine mese, mentre i mercati scontano due tagli a partire da giugno.

 

L’EUR/USD è sceso verso i supporti chiave in area 1,1615–1,1620, mentre la sterlina si è avvicinata a 1,3400. Le valute oceaniche restano deboli e non lontane dai supporti a 0,6650 e 0,5730. Il franco svizzero rimane in trading range contro l’euro a 0,9320, con USD/CHF in movimento speculare all’EUR/USD.

 

PREZZI ALLA PRODUZIONE USA

 

I prezzi alla produzione negli Stati Uniti sono aumentati dello 0,2% su base mensile a novembre 2025, accelerando rispetto allo 0,1% di ottobre e in linea con le attese del mercato, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics.

 

I prezzi dei beni sono saliti dello 0,9%, il maggiore incremento mensile da febbraio 2024, trainati da un aumento del 4,6% dei costi energetici. Escludendo alimentari ed energia, i prezzi dei beni finali sono aumentati dello 0,2%, mentre quelli dei prodotti alimentari sono rimasti invariati.

I prezzi dei servizi sono rimasti stabili, dopo un aumento dello 0,3% a ottobre.

 

L’indice core dei prezzi alla produzione, che esclude alimentari ed energia, è rimasto invariato su base mensile, rallentando rispetto allo 0,3% di ottobre e sotto le attese di un +0,2%.

 

Su base annua, l’inflazione alla produzione è salita al 3,0% dal 2,8%, superando le attese del 2,7%. Anche l’inflazione core è salita al 3,0% dal 2,9%, oltre le previsioni del 2,7%.

 

CORREZIONE DI ARGENTO E ORO

 

Giovedì l’argento è crollato di circa il 6%, scendendo sotto gli 86,50 dollari l’oncia, in forte calo rispetto ai massimi storici. La correzione è arrivata dopo che il Presidente Donald Trump ha rinviato l’imposizione di nuovi dazi sulle importazioni di minerali essenziali.

 

Trump ha dichiarato di voler negoziare accordi con altri Paesi per garantire scorte adeguate agli Stati Uniti e ridurre i rischi della catena di approvvigionamento. La Casa Bianca ha comunque lasciato aperta la possibilità di imporre restrizioni se non verranno raggiunti accordi soddisfacenti.

 

La domanda di metalli preziosi come beni rifugio si è inoltre attenuata dopo che Trump ha affermato di aver ricevuto rassicurazioni sulla cessazione delle esecuzioni dei manifestanti in Iran, riducendo i timori di un’azione militare statunitense.

 

Anche l’oro è sceso, attestandosi intorno ai 4.580 dollari l’oncia, con gli investitori che hanno preso profitto dopo i nuovi record della sessione precedente.

 

Sul fronte macro, i dati pubblicati hanno rafforzato le aspettative che la Fed possa avere margine per molteplici tagli dei tassi quest’anno. Tuttavia, alcuni membri del FOMC restano cauti, avvertendo che le pressioni inflazionistiche potrebbero rivelarsi più persistenti del previsto.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

 

 

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