L’AI RITORNA PROTAGONISTA IN BORSA?
Wall Street ha chiuso in rialzo ieri, sostenuta dal forte contributo delle aziende legate all’intelligenza artificiale e dalla speranza che i dati economici chiave attesi nei prossimi giorni possano ridare slancio ai titoli growth.
L’S&P 500 e il Nasdaq 100 hanno registrato rialzi rispettivamente dello 0,5% e dello 0,9%, mentre il più difensivo Dow Jones ha toccato un nuovo massimo storico, salvo poi chiudere leggermente in territorio negativo.
Le società attive nei servizi e nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale hanno guidato i guadagni: Nvidia, Broadcom e AMD sono salite di circa il 3% ciascuna, trainando l’intero comparto dei semiconduttori. Palantir e Oracle hanno messo a segno incrementi rispettivamente del 4,5% e dell’8%.
In controtendenza, le aziende software hanno vissuto una sessione debole, con Intuit e Salesforce in calo di oltre il 2%. Sul fronte macroeconomico, le aspettative di inflazione misurate dalla Federal Reserve di New York sono scese ai minimi degli ultimi sei mesi.
VALUTE
L’indice del dollaro è sceso a 96,53, annullando il rimbalzo della settimana precedente. La debolezza del biglietto verde è stata alimentata dalla forza diffusa delle valute del G10 e dalle crescenti preoccupazioni che gli investitori globali possano ridurre l’esposizione agli asset denominati in dollari.
Le autorità di regolamentazione cinesi hanno infatti invitato gli istituti finanziari a limitare la detenzione di Treasury americani, per mitigare i rischi di concentrazione e l’incertezza legata alla politica economica statunitense. Una posizione in linea con quella di altre economie avanzate, inclusi i fondi pensione europei che avevano già ridotto le loro posizioni in risposta ai recenti attriti diplomatici.
Nel frattempo, lo yen giapponese si è rafforzato dopo la schiacciante vittoria del Primo Ministro Takaichi, che ha alimentato le aspettative di possibili interventi sul mercato valutario. Il cambio USD/JPY è sceso a 155,30, segnando i minimi delle ultime settimane.
Il Partito Liberal Democratico, guidato da Takaichi, ha ottenuto una supermaggioranza dei due terzi alla Camera bassa, conferendo al governo un chiaro mandato per politiche fiscali espansive. Ciò potrebbe aumentare la pressione sullo yen, sui titoli di Stato nipponici e sul già elevato debito pubblico.
YUAN E IL “SELL AMERICA”
Lo yuan continua a rafforzarsi, con il cambio USD/CNH in calo a 6,90, vicino ai massimi degli ultimi tre anni. Il movimento riflette la raccomandazione delle autorità cinesi alle banche di ridurre l’eccessiva esposizione ai Treasury USA, nell’ottica di mitigare rischi di concentrazione e incertezza sulle politiche economiche americane.
Questa evoluzione si inserisce in un più ampio movimento globale di progressivo allontanamento dagli asset in dollari e anticipa un possibile orientamento strutturale della strategia valutaria cinese, in linea con la visione di “valuta forte” recentemente espressa da Xi Jinping.
La domanda di yuan è inoltre sostenuta dalla necessità delle imprese di convertire dollari in vista delle festività del Capodanno lunare, per far fronte a stipendi, pagamenti ai fornitori e bonus. I fondi cumulativi da convertire, accumulati dal 2022, sono stimati in circa 1,13 trilioni di dollari. Un dato che lascia intendere che il cambio USD/CNH possa avere ancora margini di ribasso.
UK: SALGONO I RENDIMENTI
I rendimenti dei gilt britannici a 10 anni sono saliti oltre il 4,5%, proseguendo la recente fase di volatilità alimentata dall’incertezza politica.
Le preoccupazioni sulla leadership del Primo Ministro Keir Starmer sono aumentate dopo le dimissioni del suo capo di gabinetto, in un contesto già complicato dalla controversia legata alla nomina di Lord Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, dato il suo passato legame con Jeffrey Epstein.
Sebbene alcune figure del governo, come la Baronessa Smith, abbiano respinto le speculazioni sulle dimissioni del premier, il clima politico rimane teso. Intanto, i mercati hanno incrementato le aspettative di tagli dei tassi da parte della Bank of England. Pur avendo lasciato i tassi invariati al 3,75% in una decisione non unanime, la banca centrale ha adottato un tono più accomodante, indicando un possibile ritorno dell’inflazione verso il 2% già da aprile.
USA: ASPETTATIVE DI INFLAZIONE
Le aspettative di inflazione a un anno, negli Stati Uniti, sono scese al 3,1% nel gennaio 2026, il livello più basso degli ultimi sei mesi, rispetto al 3,4% di dicembre. I consumatori prevedono un rallentamento dei prezzi di benzina, assistenza medica, affitti e abitazioni.
Le previsioni sull’andamento dei prezzi alimentari sono rimaste invariate al 5,7%, mentre le aspettative relative al costo dell’istruzione universitaria sono salite di 0,7 punti percentuali, portandosi al 9%. Le aspettative a tre e cinque anni sono rimaste stabili al 3%.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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