TENSIONE NUOVAMENTE IN AUMENTO
Nella seduta del 13 luglio 2026, Wall Street ha chiuso in territorio negativo a causa del forte aumento delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran. Il ripristino del blocco navale nello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del petrolio, innescando vendite diffuse, soprattutto nel settore tecnologico e dei semiconduttori.
Il Nasdaq ha chiuso in calo dell’1,55%, mentre l’S&P 500 ha ceduto lo 0,79%. Il Dow Jones ha invece terminato la seduta con una perdita dello 0,26%.
Il greggio a New York è balzato di circa il 7,8% (sfiorando il +10% per il Brent), alimentando i timori di nuove pressioni inflazionistiche. Nel frattempo, i produttori di chip hanno guidato i ribassi.
Gli investitori sono rimasti cauti in vista dei prossimi dati sull’inflazione statunitense e della testimonianza del governatore della Fed, Kevin Warsh.
NIKKEI
Questa notte, l’indice Nikkei 225 è sceso dello 0,8%, attestandosi a circa 66.700 punti. Si tratta del secondo calo consecutivo e del livello più basso dell’ultimo mese, a causa dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente, che ha peggiorato il sentiment degli investitori.
Il presidente Donald Trump ha reintrodotto il blocco delle navi iraniane che transitano nello Stretto di Hormuz, provocando un forte rialzo dei prezzi del petrolio e pesando sui mercati azionari globali. Si sono così riaccesi i timori che le banche centrali possano essere costrette ad aumentare i tassi di interesse per contenere l’inflazione.
Anche il mercato azionario giapponese ha seguito la debolezza del settore tecnologico statunitense. I produttori di semiconduttori sono stati particolarmente penalizzati dalle crescenti preoccupazioni sulla sostenibilità degli investimenti legati all’intelligenza artificiale.
Lo yen resta molto debole, incapace di reagire, mentre la Bank of Japan appare ancora poco incline a intervenire.
PETROLIO
Martedì il prezzo del petrolio WTI ha superato nuovamente i 79 dollari al barile, portando i guadagni settimanali a oltre il 10%.
A sostenere il rialzo sono state le decisioni del presidente Donald Trump di ripristinare il blocco delle navi iraniane che transitano nello Stretto di Hormuz e di introdurre un corrispettivo per tutte le altre merci in transito attraverso lo stretto.
Trump ha chiesto un contributo pari al 20% del valore dei carichi, sostenendo che gli Stati Uniti debbano essere compensati dai Paesi che beneficiano degli sforzi volti a garantire la sicurezza della rotta marittima, tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait.
Le misure sono arrivate dopo il riaccendersi delle ostilità tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti cercano di limitare la capacità dell’Iran di interrompere il traffico marittimo, mentre Teheran risponde prendendo di mira gli alleati statunitensi nella regione.
VALUTE
Sul mercato valutario, il dollaro ha guadagnato terreno grazie al suo ruolo di bene rifugio, spingendo molte valute concorrenti verso livelli tecnici chiave.
L’EUR/USD si è avvicinato all’area di supporto compresa tra 1,1375 e 1,1380, mostrando difficoltà nel mantenere i guadagni accumulati durante le fasi di maggiore propensione al rischio, che tendono a penalizzare il biglietto verde.
La sterlina continua a mostrare una forza relativa superiore a quella dell’euro. Tuttavia, il GBP/USD è arretrato di circa 90 pips dai massimi di 1,3454, tornando in area 1,3360.
L’EUR/GBP ha toccato l’area di 0,8500 prima di rimbalzare di una trentina di pips, pur mantenendo un trend di fondo ancora ribassista.
Sorprende il recupero dell’EUR/CHF nonostante l’aumento dell’avversione al rischio. L’area di 0,9270 rappresenta la resistenza chiave: un eventuale superamento potrebbe favorire un ritorno verso 0,9340.
Tra le valute oceaniche, l’AUD/USD resta stabile all’interno del range 0,6870-0,6970, mentre il NZD/USD continua a salire grazie all’orientamento restrittivo della politica monetaria della RBNZ, con obiettivo in area 0,5830.
Lo yen rimane sotto pressione, anche se cresce l’attesa per un possibile intervento delle autorità giapponesi e per un futuro rialzo dei tassi d’interesse.
ORO STABILE
Martedì l’oro si è mantenuto intorno ai 4.000 dollari l’oncia, dopo un calo di quasi il 3% nella seduta precedente.
Il mercato ha reagito al ripristino del blocco navale relativo alle navi iraniane in transito nello Stretto di Hormuz da parte del presidente Donald Trump e alla richiesta di un contributo economico ai Paesi che beneficiano della protezione statunitense lungo questa strategica via marittima.
La mossa ha provocato un’impennata dei prezzi del petrolio, riaccendendo le preoccupazioni sull’inflazione e sulle prospettive dei tassi di interesse.
Gli investitori attendono ora i principali dati sull’inflazione statunitense, previsti per il pomeriggio, oltre alla testimonianza del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, davanti al Congresso degli Stati Uniti.
I mercati prezzano attualmente una probabilità di circa il 51% di un rialzo dei tassi da parte della Fed a settembre, rispetto al 23% di probabilità che i tassi vengano mantenuti invariati.
VOLA L’EXPORT CINESE
Le esportazioni cinesi sono aumentate del 27,0% su base annua, raggiungendo il livello record di 412,39 miliardi di dollari nel giugno 2026.
Il dato ha superato nettamente le aspettative degli analisti, che prevedevano una crescita del 18,2%, e rappresenta una forte accelerazione rispetto all’incremento registrato a maggio.
Si tratta della crescita più rapida da febbraio, sostenuta dalla forte domanda di prodotti tecnologici legati all’intelligenza artificiale e dalla corsa delle aziende a spedire merci verso gli Stati Uniti in vista di possibili nuove tariffe commerciali.
Tra i principali partner commerciali, le esportazioni sono aumentate verso Giappone (+6,9%), Corea del Sud (+42,6%), Stati Uniti (+13,9%), Australia (+29,8%), Taiwan (+43,7%), Unione Europea (+18,5%) e Paesi ASEAN (+24,3%).
Nel primo semestre dell’anno, le esportazioni complessive sono cresciute del 17,6% su base annua, raggiungendo i 2.120 miliardi di dollari.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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