LE BORSE TRA PAURA E LIQUIDITÀ
Wall Street rimane incerta: i principali indici si mantengono all’interno di un trend di fondo ancora rialzista, seppur inseriti in una fase correttiva — dunque distributiva — che pone l’accento su eventuali supporti chiave. Questi potrebbero, in linea teorica, essere violati qualora la tensione internazionale dovesse ulteriormente aumentare.
Va detto, a onor del vero, che sembra esserci una liquidità sufficiente a sostenere un eventuale urto importante, inteso come calo marcato dei titoli. Tuttavia, non si può ignorare l’aumento della tensione tra gli operatori.
Una delle principali ragioni di un possibile peggioramento del sentiment riguarda gli effetti che un conflitto prolungato in Iran potrebbe avere sull’economia globale. Le conseguenze sul prezzo del petrolio, legate a un'eventuale chiusura dello stretto di Hormuz — da cui transita il 20% del petrolio mondiale — sono già evidenti.
Il WTI ha superato quota 80 dollari al barile, per poi ritracciare temporaneamente a 78, una correzione comunque insufficiente per parlare di ritorno al risk-on.
Oltre al petrolio, la tensione è percepibile anche nei rendimenti dei titoli del Tesoro USA, risaliti sopra il 4,13% sul decennale dopo un periodo di relativa calma. Questa dinamica riflette i rischi pro-inflazione e spinge gli operatori a prevedere un solo taglio dei tassi quest’anno, anziché due o tre come appariva probabile fino a poche settimane fa.
In questo scenario si osserva una rotazione di portafoglio tra titoli growth e value, movimento che comunque non sembra sufficiente a fronteggiare un eventuale sell-off legato alle questioni geopolitiche. Alla crisi in Medio Oriente si somma il conflitto — ormai quasi dimenticato — tra Russia e Ucraina, aggravando l’incertezza complessiva.
VALUTE
Si registrano ancora oscillazioni laterali all’interno dei nuovi trading range per le principali coppie valutarie. L’EUR/USD è rimasto confinato tra 1,1570 e 1,1630, in un quadro dominato dalla forza del dollaro USA.
Il biglietto verde sale sia perché considerato bene rifugio in caso di conflitti, sia perché i dati macroeconomici statunitensi, nettamente migliori delle attese, lo rendono più appetibile rispetto alle valute concorrenti.
Tra queste, euro e sterlina restano deboli. Lo yen giapponese non riesce a risollevarsi e rimane vicino ai minimi di periodo contro dollaro, intorno a 157,50. Anche le valute oceaniche iniziano a perdere slancio, in un contesto di price action distributiva con massimi decrescenti e rischi di rottura dei supporti chiave.
DECENNALE USA
Il rendimento dei Treasury statunitensi a 10 anni è salito per la quarta sessione consecutiva al 4,14%, il livello più alto da circa un mese, mentre crescono le preoccupazioni per l’inflazione legate all’aumento dei prezzi energetici causato dall’escalation del conflitto con l’Iran.
La vendita globale di obbligazioni è proseguita con la ripresa dei prezzi di petrolio e gas, dopo una breve tregua. Gli operatori temono infatti che interruzioni prolungate dell’offerta possano alimentare una spirale inflazionistica.
Nel frattempo, i dati economici statunitensi hanno confermato la solidità dell’economia: le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione sono risultate inferiori alle attese, la produttività è cresciuta più del previsto, i tagli ai posti di lavoro sono diminuiti e l’ISM Services PMI ha mostrato un’espansione inattesa al ritmo più rapido dal 2022.
Di conseguenza, gli operatori hanno ridimensionato le aspettative sui tagli dei tassi della Federal Reserve: i mercati ora scontano un solo taglio di 25 punti base nel 2026, contro i due stimati a inizio settimana.
JOBLESS CLAIMS
Le richieste iniziali di sussidio di disoccupazione negli Stati Uniti sono rimaste invariate a 213.000 nell’ultima settimana di febbraio, leggermente al di sotto delle attese di 215.000 e ben sotto le medie degli ultimi due anni.
Le richieste continuative, indicatore della disoccupazione residua, sono invece aumentate di 46.000 unità a 1.868.000, superando le aspettative di 1.850.000. Nel complesso, i dati confermano un mercato del lavoro ancora stabile, nonostante bassi livelli di licenziamenti e un rallentamento delle assunzioni.
CHALLENGER LAYOFFS
I datori di lavoro statunitensi hanno annunciato circa 48.000 tagli a febbraio 2026, in calo rispetto ai 108.000 di gennaio e molto inferiori ai 172.000 registrati un anno fa.
Il settore tecnologico ha annunciato il maggior numero di tagli (11.039), in risposta a molteplici pressioni: l’impatto dell’intelligenza artificiale, le preoccupazioni normative globali, il rallentamento della pubblicità digitale e l’aumento dei costi del personale.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran potrebbe portare a ulteriori piani di riduzione del personale entro la fine del primo trimestre, mentre le aziende cercano di contenere l’incertezza e i costi.
Da gennaio a febbraio sono stati annunciati 156.000 tagli, il totale più basso per il periodo dal 2022. I settori più colpiti finora nel 2026 sono stati: tecnologia (33.300 licenziamenti), trasporti (31.700) e assistenza sanitaria/prodotti medicali (19.000).
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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