Analisi di Mercato

Analisi di mercato Saverio Berlinzani – 28/08/2020

La svolta espansiva della Fed e la reazione dei mercati

Il primo simposio di Jackson Hole virtuale, da quando debuttò nel 1978, ha sancito una svolta epocale della Federal Reserve relativa alle future strategie di politica monetaria. Si tratta di un cambiamento epocale, che sostanzialmente si concentra sugli obiettivi dell’occupazione anziché fissarsi esclusivamente sul livello dell’inflazione. Si tratta di una grande novità, se ci pensiamo bene, perché finalmente si guarda al mercato reale e non ad un “numeretto” che risulta ormai obsoleto alla luce degli accadimenti degli ultimi 10 anni, conditi da una deflazione persistente un po’ ovunque. Powell ha chiaramente ricordato che l’economia è in continua evoluzione e il Fomc si deve preparare, per raggiungere i propri obiettivi, ad affrontare le nuove sfide che via via si presentano. Il Presidente ha voluto ricordare Volcker che gettò le basi per il lungo periodo di stabilità economica, noto con il nome di Grande Moderazione. All’inizio degli anni 2000 la maggior parte delle banche centrali ha adottato il target di inflazione del 2% come modello da seguire, mentre solo con Ben Bernanke l’obiettivo dell’inflazione era già di fatto considerato in modo maggiormente flessibile. La discesa dei tassi di crescita dal 2000 in poi rispetto agli anni precedenti rifletteva il rallentamento della crescita della popolazione insieme al suo invecchiamento, e parallelamente il calo della produttività, hanno spinto per il cambiamento che oggi viene di fatto ufficializzato. Il calo dei tassi reali ha profonde implicazioni sulla politica monetaria, nel senso che la Fed ha meno possibilità di sostenere l’economica nelle fasi di recessione, non avendo spazio per tagliare ulteriormente i tassi e il risultato è una crescita più bassa unita a maggiore disoccupazione. La ridotta reattività dell’inflazione rispetto alla rigidità del mercato del lavoro, ovvero l’appiattimento della curva di Philips, ha contribuito a mantenere bassa l’inflazione stessa. Il documento approvato quindi dalla Fed, all’unanimità, durante il Simposio intitolato “Navigating the decade ahead” introduce di fatto maggiore flessibilità al tasso d’inflazione e ai suoi target, ovvero dei valori che possono oscillare intorno al 2% (average inflative target). Ciò significa che se per un lungo periodo di tempo l’inflazione è rimasta sotto al 2%, la politica della Fed sarà orientata a lasciar correre l’inflazione al di sopra del 2% per un periodo altrettanto lungo. Ed è su questo punto che si incardina poi l’obiettivo vero della Banca Centrale Usa che diventa quello di sostenere l’occupazione senza il timore che ciò possa provocare impennate dell’inflazione, che era poi il timore che le banche centrali avevano nel passato. Che significa tutto ciò ? Che la Fed vuole inflazione e per ottenerla, non c’è molto altro da fare se non farsi aiutare dall’indebolimento del dollaro, che potrebbe generare un aumento dei prezzi importati e favorire un incremento dell’export. Ma gli altri saranno d’accordo ? La Bce accetterà di buon grado una rivalutazione dell’Euro in aree comprese tra 1.20 e 1.30 ? Qualche report di grande banca d’affari suggerisce che potremmo addirittura vedere 1.5000 su EurUsd nel medio termine. Questa è la vera incognita cari amici.

La reazione dei mercati, in seguito alla storica decisione della Fed, è parsa in un primo momento mista, con il dollaro che ha poi iniziato a perdere terreno, chiudendo poi la sessione Usa comunque vicino ai supporti chiave. Questa notte, poi, la discesa delle divisa americana è proseguita imperterrita, a dimostrazione che la svolta espansiva della Fed, coincide con l’intenzione di deprezzare la moneta, per rilanciare i consumi interni e la domanda interna e l’inflazione in un periodo particolarmente complicato per la congiuntura economica. Ciò sosterrebbe ugualmente anche l’export, che, nonostante gli accordi commerciali più o meno imposti da Trump ad altri paesi, non riesce ad aggiustare una bilancia commerciale negativa da oltre 20 anni. A questo punto, nonostante gli eccessi di ipervenduto che si notano su quasi ogni grafico del dollaro, la possibilità di vedere accelerazioni al ribasso per la divisa Usa non sono da escludere, anche se poi, come spesso capita, quando anche tutti i retails si buttano da una parte, è la volta buona che il mercato inizia a correggere.

Oggi potrebbe essere il classico venerdì di accelerazioni dei movimenti contro divisa Usa, con un EurUsd a ridosso di 1.1900, già testato ieri durante la conferenza del Presidente della Fed, e in caso di rottura, dovremmo poter assistere ad una accelerazione verso 1.1960 e probabilmente, a quel punto anche testare la soglia psicologica di 1.2000. Il Cable potrebbe seguire lo stesso iter, EurGbp permettendo, con i test dell’area 1.3290-00 e 1.3330 con obiettivi anche a 1.3430-50 area. Le oceaniche, anche se più lentamente, cercano di superare la soglia di 0.7300 per Aud e 0.6700 10 su Nzd, rimasto leggermente indietro. UsdCad che ha sfondato quota 1.3100 e si avvia al test di 1.3000. Infine il mistero, così bisogna definirlo, UsdJpy, che ci aspettavamo potesse subire il medesimo destino del biglietto verde contro le altre valute e che invece vediamo non solo tenere, ma addirittura andare al test di 107.00. La ragione, al di là delle battute, è probabilmente legata al fatto che la Boj non vuole correre rischi e continua verbalmente a sostenere il biglietto verde. Nel frattempo UsdYuan si avvicina al supporto di medio termine di 6.81, la cui rottura, potrebbe realmente causare una discesa strutturale della divisa americana. Del resto, non dimentichiamolo, per troppi anni il dollaro ha tirato la carretta, aiutando gli altri paese a tenere la propria moneta sottovalutata, ed ora probabilmente, la svolta della Fed va proprio in questa direzione, ovvero quella di sostenere un deprezzamento strutturale del biglietto verde per aiutare gli Stati Uniti a ripartire, senza ricorrere al debito e alla spesa pubblica per stimolare i consumi. La buona e vecchia svalutazione competitiva, torna ad essere di moda, e in modo alternato, deve essere considerata una manna dal cielo e uno strumento da utilizzare per riequilibrare i differenziali di crescita e inflazione nel medio e lungo termine. Prepariamoci dunque ad un periodo di alta volatilità, con ribassi e rialzi interessanti, perché, ricordiamolo, quando il dollaro scende, il mercato si fa decisamente più intrigante di quando sale, in termini di volatilità e movimenti bilaterali, ben diverso dal mercato pro dollaro che di solito vede una salita lenta, costante e priva spesso di correzioni.

Buona giornata e buon trading.

 

Saverio Berlinzani