Analisi di Mercato

Analisi di mercato Saverio Berlinzani – 05/06/2020

Dollaro debole, nuovo mantra?

Non possiamo dire che, nelle ultime ore, il dollaro non ci abbia provato a correggere al rialzo, ma per ora tutte le correzioni si sono rivelate delle opportunità per venderlo nuovamente. E la ragione di questo cambiamento radicale è secondo noi legata al posizionamento sul mercato, che per mesi e mesi si è cullato su una forza intrinseca della valuta americana tanto da risultare normale e logico fare il pieno di dollari su ogni movimento al ribasso, ma questo succede da almeno 10 anni a questa parte, anche se con correzioni ovviamente. Ed ora molto probabilmente, vi sono importanti posizioni a favore di biglietto verde su ogni livello, acquistate negli ultimi tre mesi e che dovranno fare i conti con una realtà che sembra capovolta. E oggi il Re sembra nudo. La storia del dollaro, nonostante sia una storia di evidente successo, da Bretton Woods in poi, è però caratterizzata da una discesa di lungo periodo contro la maggior parte delle valute, ad eccezione di quelle che sono state e sono ancora, manipolate dalle rispettive banche centrali che fanno di tutto per sostenere la divisa americana, per poter avere vantaggi competitivi sull’export. E’ il caso di molte valute asiatiche, che senza intervento a sostegno del biglietto verde, avrebbero ripercorso molto probabilmente, negli ultimi 20 anni, la storia dello Jpy che, non dobbiamo dimenticarlo, dal 1975 progressivamente sale contro il dollaro. Nel 1975 per esempio, occorrevano 360 Jpy per fare un dollaro ed era presente il peg a quei prezzi, fino alla liberalizzazione e la flessibilità che lo hanno progressivamente rinforzato fino al minimo di UsdJpy di 75.40 visto a ottobre 2011, livello dal quale poi c’è stata una ripresa sostenuta dal Qe e dalla Zirp della Boj che è la sola ragione del recupero della divisa Usa ovvero l’indebolimento sostenuto dalle banche centrali delle valute concorrenti. La stessa considerazione potremmo farla per il franco svizzero, che contro dollaro nel 1975 quotava oltre i 4.3800 per poi scendere fino ad un minimo di 0.7060 nell’ottobre del 2011. Lo stesso Euro, dapprima Ecu, nel 1987 quotava, intorno a 0.6200 per poi arrivare ad un massimo a 1.6025 nel Luglio 2008 (anche se non dobbiamo dimenticare che la storia dell’Ecu è differente perché al suo interno aveva valute strutturalmente deboli come la Lira, Peseta, Escudo e Dracma, ma nonostante ciò il dollaro aveva osservato significativi ribassi anche contro di esso). Il solo periodo di grande rafforzamento del biglietto verde, lo abbiamo visto fino al 1985 su alcune valute, movimenti che portarono alla necessità di svalutare la divisa americana: ci stiamo riferendo agli accordi del Plaza del 1985, in cui ci si rese conto che un dollaro valuta di riferimento ma da svalutare sarebbe stata probabilmente la condizione migliore per tutti, in quanto gli Usa avrebbero potuto continuare a beneficiare di una moneta sottovalutata facendosi finanziare dal resto del mondo e mantenendo quella capacità intrinseca del loro mercato azionario, di offrire rendimenti superiori a quelli del resto del pianeta finanziario.

Tornando all’attualità, un dollaro debole, ma non troppo, potrebbe anche far comodo in quanto gli Usa potrebbero averne bisogno per una ripresa economica che in questo momento, sembra difficile, e mai come in questo periodo la Presidenza Trump appare in difficoltà, alle prese con i disordini interni dovuti al caso Floyd, oltre ad una condizione macro che ancora non accenna a migliorare, una disoccupazione intorno al 15%, quando solo a dicembre scorso eravamo al 3.5%, ed una necessità di fare ulteriore deficit per far ripartire la macchina produttiva. Si parla infatti di monetizzazione del debito come possibile uscita da una situazione ora non semplice, e con le elezioni dietro l’angolo a fine anno. Le borse però tirano e restano vicini ai massimi, ma ci chiediamo cosa potrebbe accadere, se il risk off, per qualche ragione che ora sembra difficile da trovare, dovesse ripartire. Il dollaro ricomincerebbe a salire e l’azionario a scendere, con conseguenze poco piacevoli non solo per gli States ma per tutti. Ecco che quindi, la debolezza di dollaro può essere accettata, specie se questa sarà accompagnata ad una tenuta dei mercati azionari. Lo vedremo, già oggi è giorno di Payrolls e ci aspettiamo alta volatilità.

 

 

Prova di forza della BCE

Dobbiamo dirlo: eravamo scettici su Christine Lagarde, specie dopo l’uscita di scena di quel Mario Draghi che molti rimpiangono ancora, e temevamo che la Bce avrebbe assunto un ruolo secondario nel panorama delle Istituzioni Europee, per mancanza di quella personalità che occorre in un ruolo istituzionale tanto importante. Detto che qualche riserva sul Governatore la manteniamo ancora, dobbiamo però dire con chiarezza che le decisioni del Board della Bce dimostrano personalità e forza, in un momento tanto delicato, con la Corte Costituzionale tedesca che aveva recentemente gettato benzina sul fuoco alimentando il rischio di disgregazione europea che, dopo la sentenza della corte stessa, era parsa realistica. La Bce invece, non solo ha rimandato al mittente la decisione della Corte di Karlsruhe ma ha anche ridimensionato gli aiuti della Commissione Europea, quali il Mes, il Sure e pure il Recovery Fund che a questo punto diventano meno impellenti e meno urgenti rispetto a prima, perché la potenza di fuoco messa in campo dalle autorità monetarie di Francoforte, pare realmente massiccia e dovrebbe spegnere le tensioni recenti sui debiti.

La Bce ha finalmente preso il toro per le corna e ha deciso di essere una vera banca centrale, estendendo da 750 a 1350 miliardi il suo nuovo programma di acquisto di titoli nazionali, il cosiddetto Pepp. Il debito italiano che finirà in Bce potrebbe raggiungere la soglia dei 184 miliardi di euro e, per il nostro paese, potrebbe essere un costo quasi zero in ragione del fatto che il Comitato delle Banche Centrali retrocede al Tesoro di ogni paese quasi tutti gli interessi percepiti sui titoli pubblici che detiene. Il Pepp di fatto rappresenta un’azione collaterale al Recovery Fund ma diversa nella sostanza. La Bce compra titoli per sostenere i debiti sovrani (anche in caso di bond spazzatura, in seguito a possibili downgrade) mentre il Recovery fund consiste nella concessione di prestiti o contributi (che non sono a fondo perduto se non per una parte irrisoria) ai Paesi membri. In questo modo dunque, ci sono altri 600 miliardi di euro pronti ad essere impiegati per l’acquisto di bond sovrani. La Bce, tramite il suo Presidente, ha comunque ribadito che le future dismissioni del portafoglio titoli non interferiranno con la politica monetaria e i suoi obiettivi. In buona sostanza Francoforte continuerà a fare la sua parte per sostenere i debiti sovrani, ma senza stravolgere la sua missione storica di controllo della politica monetaria.

Non è finita qui, perché nella conferenza stampa al termine del direttivo, Lagarde ha nuovamente rassicurato circa l’acquisto di titoli di Stato in caso di downgrade a junk. Questo significa che molti di coloro i quali speculavano sul nostro paese molto probabilmente dovranno ritirarsi in buon ordine. L’Eurotower si è infatti lasciata aperta ogni opzione sull’ipotesi di estendere i suoi piani di acquisti di titoli a emissioni con rating sotto il livello investment grade, spesso chiamati junck bonds. Quindi un “brava Christine” questa volta, ci sta tutto! Infine la Bce ha ulteriormente peggiorato le previsioni sul Pil dell’area euro per il 2020 a causa della pandemia di Covid-19: ora stima una caduta dell’8,7%, cui dovrebbe seguire un rimbalzo del 5,2% nel 2021 e un ulteriore più 3,3% nel 2022.

 

Buona giornata e buon trading.

 

Saverio Berlinzani