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Petrolio: le variabili continuano ad essere molteplici

Petrolio: le variabili continuano ad essere molteplici

Se il rame è considerato il vero anticipatore di un ciclo economico, le candele rosse che si son delineate sul grafico nelle ultime settimane, al netto dell’attuale tentativo di un rimbalzo in corso, e che hanno toccato il minimo degli ultimi 16 mesi, rappresentano la figura plastica di uno scenario caratterizzato da un aumento delle posizioni short da parte degli operatori e dalla fuoriuscita da parte dei gestori, basti osservare anche l’andamento presso il London Metal Exchange. La stretta monetaria delle banche centrali, il rallentamento economico, l’attenzione focalizzata dai timori per l’inflazione a quelli relativi alla recessione hanno alimentato i ribassi sulle commodities, affiancati anche da fattori decisamente speculativi, come accaduto ad esempio su specifiche materie prime agricole, vedi il grano. Le prese di profitto ed i ritracciamenti hanno interessato anche il petrolio.

L’oro nero ha effettuato il più importante calo settimanale dall’inizio del mese di aprile, sino a lambire i livelli più bassi da sei mesi a questa parte. Le materie prime rappresentano una eccellente alternativa e mostrano dei rialzi durante le fasi di inflazione. La costruzione di un portafoglio caratterizzato con una parte delle stesse contribuisce a diversificare l’investimento, riducendo il rischio. Questo è chiaro. Inoltre, l’aver incluso le commodities nei propri investimenti è stata una mossa intelligente in quanto generalmente esse riescono a realizzare buoni risultati quando l’inflazione è in crescita. Il 2021 e la prima parte dell’anno in corso ne rappresentano la fotografia della scelta ottimale. Le notizie sul calo dei prezzi dei carburanti ed il taglio sulle accise prorogato sino al 21 agosto sono una boccata d’ossigeno ma non bisogna commettere l’errore di farsi prendere dai facili entusiasmi e cantare vittoria, come se il rincaro dei prezzi fosse ascrivibile ad un lontano passato. Le quotazioni dei prodotti petroliferi in ribasso possono essere solo momentanee, i contraccolpi sono sempre dietro l’angolo, soprattutto per quel che riguarda il contesto geopolitico e le tensioni internazionale. Il rallentamento della domanda ed i timori relativi alla recessione stanno contribuendo a fornire la spinta verso la parte bassa del grafico per le materie prime. Non arretra la visione ottimista da parte di Goldman Sachs che continua ad essere orientata sull’aumento dei prezzi dei barili di greggio, nonostante gli elementi che in questi giorni stanno alimentando i ribassi e nonostante anche tutto ciò che concerne il rilascio delle riserve strategiche da parte degli Stati Uniti. Lo studio degli esperti evidenzia come il mercato è tutt’ora impantanato in una fase di disavanzo più ampio rispetto a quanto ci si aspettasse. Fondamentale tenere sotto osservazione anche il valore del dollaro. La logica del mercato monetario è la seguente: quando una moneta si indebolisce, importare prodotti dall’estero costa di più perché il cambio diventa sfavorevole rispetto a prima. Allo stesso tempo, se una moneta debole aumenta il costo delle importazioni, favorisce le esportazioni. A differenza di oggi l’euro debole influisce negativamente sulle importazioni energetiche, perché fa aumentare ulteriormente il costo dell’energia e il prezzo delle materie prime che paghiamo in dollari. Nel 2008, quando il petrolio superava i 130 dollari al barile, l’euro forte abbassava il prezzo finale in Europa di circa un terzo.

Tornando ai giorni nostri, già a partire dalle precedenti settimane sul WTI ci son stati dei segnali importanti con le quotazioni in ribasso sino a 92-90 dollari al barile, da un lato sotto la pressione di un apparente calo della domanda di benzina negli Stati Uniti proprio al culmine della stagione estiva e poi i timori relativi ai casi di pandemia in Cina. Secondo i dati doganali cinesi, la Cina, il più grande importatore mondiale di greggio, ha importato 8,79 milioni di barili al giorno di greggio a luglio, il 9,5% in meno rispetto all’anno precedente ma in aumento rispetto ai volumi di importazione di giugno. Dopo aver toccato il livello minimo del mese di febbraio in area 87,40 dollari al barile, il greggio sembra voler tentare di risalire la china e rientrare in quell’ampio trading range perimetrato tra i 91 ed i 120 dollari al barile, pur con enorme difficoltà. I prezzi del petrolio sono rimbalzati, anche se non con grande impulso, poiché il sentimento degli investitori e degli operatori è migliorato in seguito ai dati sull’occupazione negli Stati Uniti. La politica monetaria più restrittiva ha generato ed aumentato le preoccupazioni tra gli investitori. La Cina ha continuato a mostrare segnali di debolezza anche se i segnali che indicano che la domanda potrebbe non essere intaccata tanto quanto temuto è riemersa a seguito dei recenti dati commerciali cinesi più forti del previsto nel fine settimana e la sorprendente accelerazione della crescita dell’occupazione negli Stati Uniti a luglio. Ma non tutto l’oro è quel che luccica…Dall’altro lato dell’oceano, Bank of England ha dichiarato che il Paese sta entrando ufficialmente in recessione e la stessa sembra destinata a durare almeno per sei trimestri consecutivi. L’inflazione è al 9,4% ossia il valore più alto degli ultimi 40 anni e non sembra arretrare. Fondamentali anche i colloqui sul nucleare USA-Iran e la possibilità auspicata dell’immissione di ulteriori barili estratti sul territorio iraniano, in caso di accordi sul nucleare anche in relazione al fatto che i diplomatici dell’Unione Europea hanno presentato agli Stati Uniti e all’Iran una bozza di accordo finale per rilanciare l’accordo del 2015. L’Iran potrebbe aumentare le sue esportazioni di petrolio di 1 milione-1,5 milioni di barili al giorno, o fino all’1,5% dell’offerta globale, in sei mesi. Una ripresa dell’accordo nucleare del 2015 vedrà probabilmente i prezzi del petrolio scendere drasticamente.

Nonostante le esportazioni di greggio degli Stati Uniti hanno raggiunto un livello record, mentre l’Occidente si affretta a trovare tori alternative alle forniture russe, in occasione della visita di Joe Biden in Arabia Saudita, il Presidente degli Stati Uniti ha rinnovato il suo incoraggiamento nei confronti dei sauditi ad aumentare la produzione di petrolio, al fine di domare i prezzi dell’energia ma è tornato a mani vuote da Riyadh. Ancora una volta la risposta è stata ben precisa e lo stesso Ministro degli esteri del Regno saudita ha dichiarato sostanzialmente che non si tratta di un problema legato all’offerta quanto piuttosto di una difficoltà nella capacità di raffinazione. Ad aggravare il sentimento ribassista si è affiancata anche la Libia attraverso il ripristino della produzione e l’obiettivo di rientrare su livelli di estrazione pari ad 1,2 milioni di barili al giorno.

L’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) stima che la capacità di raffinazione globale sia diminuita di 910.000 barili al giorno (b/g) nel 2021, il primo calo della capacità di raffinazione globale in 30 anni. Negli Stati Uniti, la capacità di raffinazione è diminuita di circa 1,1 milioni di barili al giorno dall’inizio del 2020, contribuendo con 184.000 barili al giorno al declino globale nel 2021. La domanda globale di prodotti raffinati è diminuita sostanzialmente nel 2020 a causa del COVID- 19 pandemia. La domanda di benzina negli USA mostra segnali di debolezza, nonostante il calo dei prezzi alla pompa e le scorte in aumento. La minore domanda di petrolio e il conseguente calo dei prezzi dei prodotti petroliferi hanno incoraggiato la chiusura delle raffinerie, riducendo la capacità di raffinazione globale, in particolare negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone. Tuttavia, nel 2022 e nel 2023 entreranno in funzione diversi nuovi progetti di raffineria, aumentando la capacità. Al netto di questi ultimi dati, è bene precisare che le compagnie del settore stanno registrando gli utili del secondo trimestre con profitti eccezionali dopo l’impennata dei prezzi dell’energia. Le raffinerie di petrolio stanno raccogliendo profitti record, tanto per citare un esempio Valero Energy, una delle più grandi raffinerie indipendenti degli Stati Uniti, ha dichiarato giovedì che il suo utile netto nel secondo trimestre ha raggiunto i 4,7 miliardi di dollari, quasi 29 volte quello dell’anno prima e ben al di sopra delle aspettative di Wall Street.

Le decisioni dell’Opec Plus non hanno meravigliato gli analisti più attenti. L’Opec e i suoi alleati, tra cui la Russia, ha deciso sostanzialmente di aumentare la produzione di 100.000 barili al giorno a settembre, molto meno dei quasi 650.000 barili al giorno che il gruppo ha deciso di aggiungere a luglio e agosto. Parliamo di un’aumento delle quote è pari a circa lo 0,1% della domanda mondiale di petrolio a causa della ridotta capacità di produzione tra i membri del cartello. In una nota si è sottolineato che non si tratta di una decisione arbitraria ma che la capacità produttiva in eccesso è gravemente limitata a causa del cronico sotto-investimento nel settore e che questo impone grande cautela nella risposta per evitare strozzature dell’offerta. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori entro settembre avrebbe dovuto mettere fine al programma di tagli alla produzione, avviato nel 2020 in risposta alla crisi pandemica, che aveva ridotto di molto la domanda di greggio. A giugno, tuttavia, il gruppo era sotto di quasi 3 milioni di barili rispetto alla quota giornaliera di output stabilita.

Per quanto riguarda il tetto al prezzo del greggio, la Russia è stata chiara su cosa accadrà se i Paesi occidentali dovessero applicare il famoso Price cap. I ricavi delle esportazioni russe sono aumentati di 700 milioni di dollari rispetto a maggio, grazie all’aumento dei prezzi del petrolio, raggiungendo i 20,4 miliardi di dollari a giugno, ovvero il 40% in più rispetto alla media dell’anno scorso, secondo l’AIE. Inoltre, le petroliere in partenza dalla Russia continuano a trasportare un quantitativo pari a circa 500 mila barili al giorno, una portata che non si discosta dai livelli prima della guerra. L’embargo in realtà entrerà in vigore tra quattro mesi. Anche in Italia i numeri sono decisamente importanti ed i dati sono soprattutto da attribuire dalla presenza della Lukoil in Sicilia che utilizza negli ultimi mesi solo petrolio proveniente dalla Russia (in un precedente articolo abbiamo spiegato in dettaglio la vicenda dell’impianto ISAB di Priolo, nel siracusano, di proprietà della compagnia russa Lukoil).

Il nostro Vecchio Continente è apparso disorientato, in certe occasioni privo di una comunità d’intenti, con alcuni attori che sembrano ancorati ai riferimenti della società liquida di Zygmunt Bauman. Ormai abituati a repentini cambi di scena e continui botta e risposta, in fervente attesa di notizie, a volte, ci si sente disarmati, come nel Leviatano hobbesiano. In realtà già da tempo i primi scricchiolii e segnali di una crisi preannunciata, rispetto ad un certo tipo di globalizzazione spinta, li stiamo vivendo, soprattutto nei contesti sociali e non solo per quel che riguarda il mercato. Dall’altro lato, non si placano le tensioni internazionali che vanno dal conflitto nel cuore dell’Europa alla questione Taiwan ed i conseguenti rapporti tra Cina e Stati Uniti.

Sia la curva dei Future sul greggio Brent che quella WTI rimangono in backwardation, in riferimento ai prezzi a breve termine scambiati al di sopra di quelli a più lunga data. Questo ci dice che le forniture fisiche immediate di petrolio nel mondo reale sembrano costantemente limitate. I futures rimangono a meno di $ 5 al di sopra del livello minimo di sei mesi ed è probabile che i volumi scarsi mantengano i prezzi volatili. Il greggio potrebbe continuare a indebolirsi prima di aumentare in inverno, quando gli Stati Uniti riducono i rilasci dalle scorte strategiche e entra in vigore un embargo dell’UE sulle forniture russe. Dal punto di vista grafico, il canale ribassista configuratosi a partire dalla metà del mese di giugno, sembra non voler andare oltre i minimi del mese di febbraio di quest’anno quanto il crude Oil ha toccato gli 87 dollari al barile e poi da tale area è partito il rimbalzo sino ai 130 dollari. Nel caso in cui dovesse superare al ribasso il suddetto livello è facile immaginare la possibilità di ulteriori fasi di vendita che possono ricalamitare la quotazione a 84 dollari al barile. Il superamento di area 93,30 potrebbe, al contrario, dar vita ad ennesime spinte al rialzo e far rivaleggiare le oscillazioni in quell’ampio trading range evidenziato all’inizio dell’approfondimento. Molta attenzione alla volatilità.

 

 

 

 

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