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Petrolio. Un percorso difficile da immaginare senza una comunità di intenti.

Petrolio. Un percorso difficile da immaginare senza una comunità di intenti.

 

Una quindicina di giorni sono trascorsi da quando la FED e la Cina hanno rallentato la corsa delle commodities ma il vento in poppa può nuovamente ripresentarsi e farle veleggiare con determinazione, al netto dei ribassi per alcune, così come accaduto nelle precedenti sedute sul petrolio che ha lambito il livello dei 70 dollari al barile. Sul greggio ha tenuto banco l’ultima video-conferenza dell’Opec Plus con i membri dei Paesi esportatori che ci hanno abituato a colpi di scena, tensioni ed effetto sorpresa. Nonostante le preoccupazioni per i ribassi che si son palesati su specifiche materie prime, l’attenzione e l’ottimismo sulle opportunità da cogliere non si sono al momento ancora affievolite. Al contrario, osservando il CRB Index, dopo una pausa di riflessione, sembra voler nuovamente riprendere il suo percorso, mantenendosi brillantemente sopra i 200 punti. Ricordiamo che tale indice, conosciuto sin dal 1957 e più volte aggiornato, rivisto nella sua composizione, replica 19 materie prime. Prima dell’impulso fornito dall’economia del dragone ci sono stati altri periodi di super ciclo generati, per certi aspetti, dalla stretta conseguenza di eventi storici, sociali ed economici rilevanti, come l’industrializzazione americana dei primi anni del Novecento oppure la ricostruzione dai disastri della Seconda guerra mondiale, basti ricordare il contesto che abbiamo vissuto in Italia tra gli anni ’50 e ’60. Tuttavia, sulle materie prime, la crescita delle quotazioni, soprattutto per specifiche commodities, può fornire ancora importanti soddisfazioni agli operatori. Pensiamo ad esempio al rame ed al suo ruolo decisivo nella transizione energetica.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima un aumento della domanda di rame nel prossimo decennio a 30 milioni di tonnellate dai 20-24 milioni del 2020. Goldman Sachs ha definito il rame il “nuovo petrolio”, una dichiarazione audace ma non priva di merito. Il metallo altamente conduttivo e naturalmente resistente alla corrosione è già una risorsa fondamentale nella produzione della maggior parte dei componenti elettronici. Secondo l’amministratore delegato di Glencore, in occasione del Qatar Economic Forum, oggi il mondo consuma 30 milioni di tonnellate di rame all’anno ed entro il 2050 se ne dovrebbero produrre circa 60 milioni date le prospettive di crescita e domanda. Sostanzialmente il gap di offerta dei metalli per la transizione energetica sta progressivamente aumentando. Già a partire dal dicembre del 2020 si leggevano articoli sul Wall Street Journal, che evidenziavano la possibilità nel lungo periodo del boom dell’attività manifatturiera come traino della ripresa economica globale e, di conseguenza, un aumento della fiducia degli operatori.

Tornando al petrolio, certamente gran parte degli operatori ed analisti ha focalizzato l’attenzione sulla non decisione dell’Opec Plus. Effetto sorpresa finale, contraccolpi interni e prese di posizione generanti quelle rigide tensioni che in diverse occasioni abbiamo sottolineato nei nostri approfondimenti settimanali, basti pensare alla famosa guerra dei prezzi innescata tra Sauditi e Russi che proprio negli ultimi mesi sono riusciti a trovare un dialogo decisamente più equilibrato. E pensare che i russi storicamente sono stati i primi a riconoscere nel 1926 l’indipendenza dell’Arabia Saudita. In realtà, è la stessa storia dell’Opec ad essere caratterizzata sin dalla sua origine da fattori complessi ed irrigidimenti.

Questa volta sono stati gli Emirati Arabi i protagonisti bloccando un accordo che era nell’aria nel tentativo di aumentare la propria produzione a 3,8 milioni di barili rispetto ai 3,1 attuali. Attualmente i tagli si attestano a 5,8 milioni di barili al giorno ed un eventuale blocco dell’accordo lasciando in tagli in essere genererebbe un’impennata ulteriore dei prezzi. Gli Emirati Arabi Uniti, di conseguenza, stanno ora sacrificando il 31% della propria capacità, la percentuale più alta tra i membri dell’OPEC Plus. I colloqui tra l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio e i suoi alleati hanno avuto una svolta inaspettata nella tarda serata di giovedì. Il gruppo sembrava essere diretto verso un accordo per aggiungere circa 400.000 barili al giorno di greggio al mercato ogni mese da agosto a dicembre. Se da un lato i sauditi hanno sempre manifestato l’idea della cautela, rispetto ad una apertura più incisiva dei rubinetti, i russi con il ministro Novak hanno in più occasioni premuto sulla necessità di aumentare con più decisione la produzione, al fine di non surriscaldare troppo i prezzi. Durante il recente International Economic Forum, tenutosi a San Pietroburgo, il responsabile di una delle più importanti aziende petrolifere russe ha sostanzialmente dichiarato che il mondo rischia un grave deficit di petrolio. Segnali forti continuano ad arrivare dai dati pubblicati settimanalmente dall’American Petroleum Institute e dall’Energy Information Administration in relazione al drenaggio delle scorte con numeri in riduzione anche in hub storici ed importanti come quello di Cushing in Oklahoma. Le scorte degli Stati Uniti sono scese ai minimi da febbraio 2020, mentre la domanda di benzina ha raggiunto il massimo dal 2019, segnalando una crescente forza dell’economia. Negli Stati Uniti i produttori devono in realtà ancora mostrare significativi aumenti di produzione nelle zone dove si produce attraverso la tecnica del fraking e nello specifico soprattutto tra Texas e Nord Dakota. I produttori di shale oil sono fondamentalmente focalizzati più sulla necessità di risanare i bilanci che sull’aumento dei volumi da estrarre, senza trascurare un aumento dei costi di produzione causato dallo stesso rincaro di specifiche materie prime

La produzione di greggio degli Stati Uniti per il prossimo anno è prevista a 11,85 milioni di barili al giorno, ha dichiarato mercoledì l’Energy Information Administration nel suo mensile Short-Term Energy Outlook. La produzione di petrolio degli Stati Uniti è aumentata ad un totale di 11 milioni di barili giornalieri contro i 9,8 milioni di barili giornalieri prodotti nel mese di febbraio. Sia chiaro Ancora bisogna fare altra strada per raggiungere i precedenti record dei 13 milioni di barili. L’EIA ha affermato che la produzione sarà di 11,10 milioni di barili nel 2021 in calo di 210 mila rispetto al 2020. Non si può certo trascurare la crisi vissuta dalle compagnie americane, basti pensare che nel settembre del 2019, per la prima volta dopo 70 anni, gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di petrolio, esportando 89.000 barili al giorno in più rispetto a quelli importati. Oggigiorno i segnali di ripresa si son certo palesati.

Oltretutto, sempre l’International Energy Agency prevede un aumento della domanda pari a 3,1 milioni di barili al giorno per il secondo e terzo trimestre dell’anno in corso ed altri 1,3 milioni nel quarto trimestre. Anche in Italia, l’Unem (ex Unione petrolifera) ha evidenziato che nei primi cinque mesi dell’anno in corso la domanda di petrolio è cresciuta del 6,2% e per i mesi successivi si immagina un ulteriore recupero superiore all’8%, percentuali ancora lontane dal periodo pre-pandemia per quanto riguarda il jet fuel destinato al trasporto aereo.

L’Agenzia internazionale per l’energia è fortemente preoccupata per i colloqui in stallo dei principali produttori. Lo stallo dell’OPEC plus significa che fino a quando non sarà raggiunto un compromesso, le quote di produzione rimarranno ai livelli di luglio. È quindi ipotizzabile che i mercati petroliferi rimarranno volatili fino a quando non ci sarà chiarezza sulla politica di produzione.

Molteplici gli interrogativi e sempre più plausibile la possibilità di osservare sui prezzi oscillazioni derivanti anche da un senso di incertezza mista a preoccupazione. Secondo alcuni dati provenienti dal mercato asiatico, le importazioni cinesi nel primo semestre sono diminuite del 3% da gennaio a giugno. Tutto questo è dovuto all’aumento dei prezzi che ha eroso i margini di profitto per le raffinerie, anche se proprio l’economia del dragone si è distinta per enormi acquisti di materie prime in generale in questo lungo periodo di pandemia, così come avvenuto precedentemente sul petrolio, approfittando dei prezzi decisamente più bassi.

Se da un lato il rispetto dell’attuale accordo in essere rischia di far infiammare i prezzi del greggio con la domanda che continua a crescere nonostante la grande attenzione per la variante Delta, l’altro rischio non secondario è anche quello di generare un crollo dei prezzi se, a causa del mancato accordo, i produttori dovessero sentirsi liberi di estrarre greggio senza paletti ben prefissati. Tutto questo sviluppa una indescrivibile incertezza ed un possibile e repentino aumento della volatilità tale da disorientare gli operatori, e non solo.

Per quanto riguarda la curva forward del Crude Oil, ci troviamo dinanzi ad una struttura di mercato in backwardation. La suddetta curva rivolta verso il basso si crea proprio quando la domanda supera l’offerta e quindi i prezzi con scadenze più vicine risultano più alti rispetto alle successive, ossia il prezzo a termine del contratto future è inferiore al prezzo spot. Data la situazione, già da tempo alcune banche d’affari hanno affermato la necessità di una maggiore produzione per bilanciare il mercato entro il 2022. Anche i recenti dati cinesi, sorprendentemente forti, contribuiscono sulla prospettiva sulla domanda globale e tale aspetto è un sospiro di sollievo per gli investitori, nonostante la diffusione della variante Delta. La recente crescita della quotazione del greggio giunta al livello più alto da due anni e mezzo, pari a 74,25 dollari al barile, rappresenta anche la stretta conseguenza dell’allontanamento dell’ipotesi tanto temuta di un imminente aumento di esportazione di oro nero in partenza dall’Iran poiché non esiste al momento un accordo definitivo per revocare le restrizioni messe in atto dagli Stati Uniti nei confronti del Paese che proprio in queste ultime settimane ha eletto l’ultraconservatore Ebrahim Raisi. Inoltre, i colloqui potranno riprendere al momento dell’insediamento del nuovo presidente ma l’attenzione resta costantemente alta. E pensare che dal 1953 fino alla svolta khomeinista l’Iran rappresentava per la politica internazionale americana un punto di riferimento in quel territorio. A partire dalla rivoluzione del 1979 i rapporti si deteriorano drasticamente. L’Ayatollah Ruhollah Khomeini, oltre a trasformare il Paese in una Repubblica Islamica, cambia repentinamente le relazioni con gli USA, modificando radicalmente le alleanze internazionali.

 

 

Altro aspetto interessante arriva dall’Arabia Saudita che ha fissato un tetto ai prezzi della benzina locale al fine di alleviare l’aumento del costo della vita tant’è che i prezzi del carburante sono limitati a 2,18 riyal ossia 58 centesimi al litro. Bisogna immaginare che l’inflazione annuale dell’Arabia Saudita ha accelerato secondo i dati riferiti a maggio raggiungendo il 5,7 % rispetto al 5,3% di fine aprile con l’aumento dei prezzi del cibo, dei trasporti…

Gli Emirati Arabi Uniti avranno (sia chiaro l’accordo deve essere approvato dall’Opec Plus) una nuova quota di base di produzione di 3,65 milioni di barili al giorno, in aumento rispetto alla quota attuale di 3,17 milioni di barili al giorno. Ma attenzione, al momento della scrittura dell’approfondimento, il ministro dell’energia ha riconosciuto i colloqui costruttivi ma ha affermato anche che non si è ancora ratificato l’accordo ufficiale. Il cauto ottimismo viene sostenuto da tale prospettiva. Certamente il ribasso della quotazione del greggio è frutto di tale notizia ma allo stesso tempo non dimentichiamo anche che il petrolio ha esteso le recenti perdite dopo che le scorte di benzina degli Stati Uniti sono inaspettatamente aumentate per oltre un milione di barili la scorsa settimana e poi, altro aspetto rilevante, è anche quello relativo ai dati in arrivo dalla Cina che evidenziano un calo del 3% nelle importazioni di petrolio nel periodo che va da gennaio a giugno dell’anno in corso.

L’Opec Plus dovrà necessariamente aumentare la produzione, al netto dei timori per la variante Delta, in quanto i prezzi troppo alti rischiano di ridimensionare in maniera rilevante la stessa domanda di quei mercati emergenti che subiscono pesantemente i contraccolpi di eventuali ed ulteriori aumenti repentini. Per tali ragioni, un Paese come l’India ha sollecitato più volte i Paesi produttori a trovare un accordo ragionevole e di buon senso. Anche gli uffici del presidente Joe Biden a seguito della non decisione dell’ultimo vertice dell’Opec Plus hanno esortato le diplomazie dei Paesi produttori ad individuare un giusto compromesso al fine di aprire i rubinetti ed aumentare la produzione.

Non bisogna infatti trascurare che proprio nell’economia a stelle e strisce nelle ultime settimane il prezzo della benzina ha raggiunto e superato i 3 dollari al gallone, un prezzo che non si registrava da sette anni a questa parte. Il clima di grande effervescenza e la costante suspense sul mercato del greggio, le diatribe all’interno dell’Opec Plus, continueranno ad implementare volatilità sul mercato del petrolio sino a quando non si troverà una vera comunità di intenti, così come ben evidenziato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. Al contrario, se le differenze continuano a palesarsi, il patto all’interno del gruppo può addirittura saltare sino ad aprire i rubinetti in maniera non controllata, con l’intento di conquistare quote di mercato, senza fissare delle regole condivise. Il rischio di far saltare tutti gli obiettivi fissati dalle politiche sin qui adottate dall’Opec Plus che hanno certamente contribuito a far risalire i prezzi ma atteggiamenti, frutto di prese di posizione, andrebbe a determinare una stabilità difficile da raggiungere senza una visione comune.

In conclusione, bisognerà prestare molta attenzione sulla notizia relativa alla possibilità di un compromesso tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

 

 

 

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