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La paura dell’inflazione fa salire i rendimenti delle obbligazioni

La paura dell’inflazione fa salire i rendimenti delle obbligazioni

 

All’inizio dell’anno molti analisti hanno condiviso le loro previsioni su cosa aspettarsi dai mercati finanziari nell’arco del 2021. La stragrande maggioranza di questi prevedeva una continuazione del rally del mercato azionario iniziato all’indomani della pandemia. Dopo tutto, si prevedeva che le condizioni di base sarebbero rimaste le stesse, con politiche monetarie accomodanti prolungate e robusti programmi di acquisto da parte delle principali banche centrali a dettare il corso degli eventi.

Tuttavia, dopo la vittoria a sorpresa dei candidati democratici al ballottaggio per le elezioni al Senato della Georgia, le possibilità che il pacchetto di stimolo fiscale da 1,9 trilioni di dollari del presidente Biden ottenga l’approvazione del Senato degli Stati Uniti sono aumentate notevolmente e il risultato è che, per molti, i termini dell’equazione sembrano essere cambiati. Lo spettro dell’inflazione si fa sempre più presente man mano che l’argomento prende piede tra gli investitori, preoccupati per l’impatto che un potenziale aumento dei prezzi al consumo potrebbe avere sui mercati.

Le prospettive di una ripresa, sostenuta dagli stimoli fiscali all’economia statunitense, hanno aumentato le aspettative di una maggiore inflazione, potenzialmente in grado di diluire il valore dei ricavi generati dalle obbligazioni, hanno convinto alcuni investitori a liquidare il proprio portafoglio di titoli di stato, abbassandone i prezzi e aumentando di conseguenza il rendimento. C’è infatti una correlazione inversa tra prezzo e rendimento, il che significa che quando uno sale l’altro scende e viceversa. Questo recente aumento dei rendimenti obbligazionari ha costretto gli investitori, fino a poco tempo fa fortemente esposti nei mercati azionari, a considerare la propria posizione e valutare investimenti meno rischiosi.

Nel corso dell’ultimo anno molti investitori, spinti dall’incertezza generata dalla pandemia, hanno spostato i lori investimenti verso asset considerati rifugio, come i buoni del tesoro statunitensi. L’aumento della domanda ne ha spinto il prezzo a rialzo facendone diminuire il rendimento, spingendo molti operatori di mercato, ad investire in asset più rischiosi, come le azioni, nel disperato tentativo di generare profitti: questo, in parte, spiega l’incredibile rally nell’azionario a cui si è assistito negli ultimi 11 mesi. La possibilità di un aumento dell’inflazione, in grado di ridurre il valore dei profitti generati dalle obbligazioni acquistate nei periodi di forte domanda, ha spinto alcuni investitori a liberarsene, è altresì probabile che uno scenario opposto possa generare una corsa alle obbligazioni potenzialmente in grado di intaccare la performance dell’azionario.

Se i rendimenti obbligazionari dovessero continuare a salire raggiungendo l’1.75%, molti possessori di azioni tornerebbero ancora una volta a guardare a questi strumenti come possibili alternative di investimento, in grado non solo di generare profitti capaci di battere l’inflazione, ma anche decisamente meno rischiosi rispetto alle azioni. Un simile scenario innescherebbe un sell-off sul mercato azionario generato da quei trader ansiosi di capitalizzare i loro profitti e di spostare i loro portafogli verso i titoli del debito pubblico, molto più sicuro e di alto rating.

Non è ancora chiaro se stiamo entrando in un’era dominata dall’inflazione, in quanto ciò comporterebbe un quadro molto più roseo rispetto a quello attuale in termini di attività economica, come confermato dai deludenti dati sull’occupazione americana pubblicati lo scorso giovedì. È tuttavia innegabile che lo stimolo fiscale e le politiche monetarie accomodanti creano un potente cocktail, in grado di surriscaldare l’economia, spingendo la Fed a rivedere la sua politica monetaria e ponendo fine alla deflazione degli ultimi 11 mesi.

 

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