Approfondimenti

Petrolio: raggiunti i livelli del 2014, ma i prezzi possono continuare a salire.

 

Se il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha continuato a mantenere un atteggiamento particolarmente cauto ed accomodante, utilizzando un’abilità comunicativa che ricorda quella teoria magistralmente indicata da Jurgen Habermas sull’agire strategico, allo stesso tempo gli spunti di riflessione relativi al tema inflazione, con divisioni tra momentanea e più consolidata, rappresentano alcuni dei leit motiv degli ultimi mesi. Powell si è mostrato ancora una volta come un vero e proprio equilibrista, nel tentativo di accontentare tutti…ma siamo proprio certi che non si rischia di rimanere con il cerino in mano? Oppure ricordare metafore come quella che fa tornare alla mente l’immissione di enorme quantità di liquidità sul mercato come una nevicata copiosa, dove all’inizio hai l’impressione che la neve sia ovunque ma poi quando smette si accumula su altra neve creando anche degli ampi spazi vuoti… questo per dire che bisogna necessariamente tenere alta l’attenzione rispetto all’euforia che si palesa sui mercati, onde evitare di trovarsi a veleggiare in mare aperto senza conoscere perfettamente i venti…come un velista improvvisato. Questo anche sulle commodities…i prezzi salgono per alcune ma non all’infinito. Il contesto che si sta delineando dal punto di vista globale, per quel che riguarda le materie prime, rappresenta la stretta conseguenza degli impatti che le stesse, al netto delle speculazioni finanziarie, possono avere sull’economia reale. L’aumento dei costi per produrre energia, con inevitabile ricadute sul consumatore finale, e le forte carenza di approvvigionamento, con l’inverno in arrivo e la preoccupazione di un possibile e drastico irrigidimento delle temperature, hanno messo, per certi aspetti, a dura prova la stessa politica energetica del Vecchio Continente, evidenziando limiti ed annose questioni. Alcuni indici continuano a salire con forza ed a livelli molto preoccupanti. Il Baltic Dry Index è addirittura salito ai livelli del 2009, in area 5400 punti (fornisce delle indicazioni importanti relative al prezzo delle tariffe effettuate dalle compagnie di navigazione delle grandi navi porta container per il trasporto delle principali commodities, rispetto ad una specifica destinazione. Parliamo di ferro, acciaio, derrate agricole, non di petrolio attenzione. Il nome Baltic sta ad indicare la Baltic Exchenge con sede a Londra. Una storia che risale al 1744 quando si apre il primo ufficio denominato Virginia e Baltic poichè proprio dal baltico arrivavano gli armatori. Per dry si fa riferimento al materiale secco, quindi in questo caso escludiamo il petrolio. Per questa società lavorano dei mediatori che comunicano il prezzo alla compagnia. Detto in parole semplici, se l’indice scende vuol dire che il costo delle materie prime è diminuito e pertanto c’è minore richiesta). Ed ancora, Il CRB Index, salito a 235 punti, ben oltre i livelli del 2015 (così chiamato a partire dal 2005, ha una storia molto interessante. Conosciuto sin dal 1957 grazie alla volontà del Commodity Research Bureau al fine di far nascere un indice composto inizialmente da 28 materie prime, si è trasformato in un vero punto di riferimento per molti analisti e trader di materie prime. Più volte è stato aggiornato, rivisto nella sua composizione ed adeguato ai cambiamenti del mercato e del tessuto economico. Oggi replica 19 materie prime con percentuali differenti e settori diversi che vanno dall’energy ai metalli, dalle carni alle soft-commodities…replica sostanzialmente l’andamento aggregato delle suddette materie prime).

E se pensiamo che la crescente carenza di energia elettrica, per le ragioni che abbiamo evidenziato nel precedente approfondimento, ha interessato anche la Cina che ha provveduto ad interrompere la produzione di numerose fabbriche, capiamo bene che la crisi energetica, gli obiettivi prefissati dagli accordi di Parigi sul clima, i percorsi relativi alla transizione energetica, la spinta alla decarbonizzazione e Green New Deal, anche in futuro, condizioneranno inevitabilmente le quotazioni di specifiche commodities, come natural gas e petrolio. Proprio sul greggio, le oscillazioni del prezzo hanno anche coinciso con un rapido progresso del gas naturale. Ma passiamo al petrolio.
Diversi analisti, attenti osservatori ed operatori si aspettavano un aumento della produzione da parte dell’Opec Plus, in relazione anche alle preoccupazioni legate alla crescita dei prezzi del natural gas che ha influito e continuerà a condizionare le oscillazioni dell’oro nero e dei prodotti petroliferi in generale. Contesto confermato dalla stessa compagnia Saudi Aramco. Oltretutto bisogna ricordare che proprio l’Opec ha previsto un deficit di offerta per i prossimi due mesi, senza dimenticare che Goldman Sachs immagina una domanda in crescita pari a circa 650 mila barili di greggio al giorno entro la fine dell’anno. La ratifica e quindi la conferma dell’aumento della produzione di 400 mila barili al giorno anche per il mese a venire ha certamente contribuito all’ulteriore aumento della quotazione, sino a superare con energia i 75,50 dollari al barile che hanno rappresentato i livelli più elevati del 2018, delineando graficamente quella che viene tecnicamente definita una resistenza, visibile sul grafico giornaliero. Gli 80 dollari al barile non rappresentano più quella meta lontana, quel percorso irto di ostacoli che ha caratterizzato il mercato del greggio, in questi ultimi tempi di vita sospesa…l’Opec Plus continuerà a giocare un ruolo rilevante per il prezzo del greggio, attraverso la sua politica che, focalizzata sulla riduzione della produzione, ha spinto i prezzi ai livelli attuali. Bank of America vede un greggio proiettato verso i 100 dollari al barile nei mesi invernali. Anche il segretario generale dell’Opec, Mohammad Barkindo, ha esternato dichiarazioni volte all’ottimismo rispetto all’aumento della domanda, pur ribadendo che la ripresa è ancora irregolare e si farà di tutto per mantenere il mercato in equilibrio.

Se da un lato l’IEA indica una media di 96,1 milioni di barili giornalieri nel 2021 che aumenterà a 99,4 milioni di barili giornalieri nel 2022, anche Goldman Sachs, ha in più occasioni evidenziato un certo ottimismo, con le prospettive di un petrolio a 90 dollari al barile per il prossimo inverno, nel caso in cui dovessero palesarsi temperature estremamente rigide. Il Comitato Tecnico dell’Opec ha calcolato un deficit di offerta pari a 1,1 milioni di barili al giorno per il 2021. In ripresa anche la produzione a stelle e strisce che dopo aver subito una battuta d’arresto a causa della stagione degli uragani, con l’uragano Ida che in particolare modo ha colpito un elevato numero di impianti ubicati in Louisiana e nel Golfo del Messico. Attualmente la produzione negli Stati Uniti è risalita a poco più di 11 milioni di barili al giorno. Siamo ancora lontani dai record che hanno consentito, grazie anche alla discussa tecnica estrattiva del frackig (fratturazione idraulica) di superare i livelli di produzione dell’Arabia Saudita. La Casa Bianca, che ad agosto ha sollevato preoccupazioni per i prezzi elevati, ha dichiarato di essere in comunicazione con l’OPEC e sta cercando di affrontare il costo del petrolio. Difatti un alto responsabile del governo Biden ha incontrato il principe saudita per discutere del contesto relativo alla guerra in Yemen ed ha anche discusso del costo del petrolio.

Senza dubbio la recente decisione dei Paesi esportatori di petrolio ha fornito altra linfa vitale ai compratori a tal punto da ricalamitare la quotazione in quell’area che non si vedeva dal 2014 e precisamente ad 80 dollari al barile. Nei precedenti approfondimenti abbiamo focalizzato l’attenzione sui livelli di stoccaggio, andando ad sottolineare il costante drenaggio delle scorte comunicato, come di consueto settimanalmente, dall’Energy Information Administration e dall’American Petroleum Institute. Al netto della rilevazione riferita all’ultima settimana di settembre che ha registrato un aumento delle scorte pari a 4,5 milioni da parte dell’EIA e 4,1 milioni da parte dell’API (senza dimenticare l’ultima rilevazione API che segna 0,9 milioni di barili) è chiaro che un ridimensionamento si è riscontrato, così come avvenuto nel principale nel famoso e storico centro di stoccaggio di Cushing, in Oklahoma. Numeri confortanti anche per quanto riguarda il rapporto Baker Hughes sugli impianti di trivellazione saliti in totale a 428 unità. Sicuramente L’Opec Plus continuerà a giocare un ruolo rilevante per il prezzo del greggio, sia chiaro, è solo uno dei molteplici fattori che hanno contribuito a far risalire i prezzi su tali livelli. secondo recentissime dichiarazioni del Ministro del petrolio degli Emirati Arabi Uniti la politica adottata sta funzionando e non esiste alcun motivo per cambiare tale strategia. Man mano l’Opec Plus deciderà sul da farsi e se necessario, ossia se la domanda dovesse rallentare, provvederà a ridurre nuovamente le varie quote stabilite.

Le prospettive rialziste si sono riflettute negli ultimi mesi anche nell’ampliamento degli spread dei prezzi del petrolio con la curva forward in backwardation. Fondamentali saranno i prossimi dati sui voli aerei e quindi su questo tipo di trasporto che influisce sulla richiesta di oro nero. Attraverso un report pubblicato poco più di un mese fa, Bank of America ha evidenziato addirittura vendite di biglietti aerei nel mese di luglio ancora inferiori del 68% rispetto allo stesso periodo del 2019 ed anche i dati ed anche i dati dell’International Air Transport non sono stati esaltati, eccetto che per i voli riguardanti il trasporto merci. La IATA, l’associazione delle compagnie aeree che rappresenta circa l’82% del traffico aereo globale, ha ribadito che la ripresa effettiva dell’aviazione è stata frenata dalle restrizioni imposte dai vari governi. Per quanto riguarda i dati a disposizione da parte dell’International Air Transport la domanda totale dei viaggi aerei a luglio è stati pari al -53,1% rispetto allo stesso periodo del 2019. A giugno si attestava sul -60%. Quanto ai voli internazionali, a luglio si è registrato un -73,6% sul 2019, in miglioramento rispetto al -80,9% di giugno. Dal punto di vista grafico, aver mantenuto il supporto in area 67,50 dollari al barile, nell’ultimo mese di contrattazione, ha rappresentato un segnale importante e fornito spunti molto interessanti. Sul time frame mensile è ben visibile la resistenza a 75-75,50 dollari al barile. Il superamento della stessa, oltre a dare conferma di un mercato caratterizzato da un aumento ulteriore della domanda, può dare il via ad ennesime fasi di acquisto e ricalamitare, nel breve periodo, nella precedente fase laterale che ha accompagnato le oscillazioni tra il 2011 ed il 2014 tra gli 80 ed i 100 dollari al barile. Molteplici sono i fattori da considerare, al netto delle decisioni dell’Opec Plus che continuerà a “vigilare” sui prezzi, decidendo via via il da farsi, cercando di garantire un sorta di equilibrio, seppur a volte instabile, sul mercato.

 

 

 

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