Approfondimenti

Petrolio, per l’Opec è sempre difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

 

L’effetto sorpresa si è comunque palesato…Un anno dopo che la pandemia ha inaugurato una delle più grandi sfide dei tempi moderni, il mercato globale del petrolio gode di una relativa stabilità…Un cauto ottimismo ha sostituito l’oscurità pervasiva di un anno prima…queste le prime righe che caratterizzano il commento iniziale relativo alla pubblicazione del recente Opec Bulletin. Se a questo aggiungiamo le dichiarazioni del ministro dell’Energia dell’Arabia Saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, che proprio in occasione dell’ultimo meeting ha sottolineato che la ripresa del mercato è tutt’altro che completa, è facile intuire che vige un clima molto particolare e che a tratti disorienta anche attenti osservatori. Nonostante un’ offerta ridotta (anche nel precedente vertice Opec i sauditi hanno stupito tutti ridimensionando la produzione per un milione di barili al giorno) ed un greggio che ultimamente ha anche trovato un certo sostegno dopo che il Presidente Joe Biden ha delineato un piano di spesa da 2,3 trilioni di dollari da investire in progetti ed investimenti pubblici, sul petrolio c’è sempre una vera e propria continua suspanse, quasi da far impallidire i memorabili ed innumerevoli romanzi e gialli di Geroges Simenon, uno dei più grandi scrittori del secolo scorso. E’ un pò come leggere l’autore belga che, sin da giovane, ha saputo catturare la curiosità del lettore.

Consideriamo inoltre che proprio di recente la stessa banca d’affari Goldman Sachs ha evidenziato il grande interesse nei confronti del settore delle materie prime, con la possibilità di vedere ulteriori balzi in avanti, ponendo in essere il tema del reflaction trade e del presupposto che ci si trovi dinanzi ad un nuovo ciclo rialzista, senza dimenticare i benefici che le commodities possono trarre dalla ripresa tanto attesa ed auspicata della domanda. Tuttavia sono sempre innumerevoli i fattori in grado di creare una certa effervescenza sulle commodities e per le stesse ragioni che ogni singolo operatore deve necessariamente mantenere alta l’attenzione e carpire le motivazioni di certi andamenti. In contrapposizione alla teoria del random walk, il mercato non ha un andamento casuale e se in questi ultimi giorni i movimenti sul petrolio hanno contribuito ad un aumento della volatilità, tutto questo è avvenuto non soltanto per fattori legati a domanda e offerta. Pertanto, focalizzare gli approfondimenti sull’oro nero alimenta costantemente la capacità non solo di riuscire a percepire ed immaginare le possibili oscillazioni che osserviamo sui grafici ma, allo stesso tempo, anche aspetti legati strettamente a contesti geopolitici e relazioni internazionali. Basti pensare, ad esempio, agli accadimenti di questi ultimi giorni, che vanno dagli attacchi yemeniti al porto saudita di Ras Tanura, alle cronache che hanno riempito la stampa internazionale in relazione alla nave Ever Given incagliata nel Canale di Suez. Fondamentale porre sempre molta attenzione, poiché, ad esempio, alcuni operatori hanno atteso movimenti ancora più netti e decisi, a seguito di quest’ultima vicenda, ma quelli più attenti hanno sostanzialmente osservato con freddezza e meno tensione lo scenario del canale egiziano, certamente fondamentale per il trasporto ed il passaggio delle merci a livello mondiale, ma decisamente meno importante per il petrolio rispetto agli altri anni. Esistono altre rotte che vengono sfruttate e poi proprio in quell’area è presente l’oleodotto Sumed, tra Mar Rosso e Mediterraneo. Senza trascurare inoltre l’elevato numero di scorte e spedizioni di petrolio dall’area medio-orientale verso il Vecchio Continente ridotte rispetto ad un tempo. Anche per tali motivazioni le oscillazioni del prezzo non sono state così repentine. Il contesto attuale è davvero complesso. Le forti preoccupazioni continuano ad arrivare dall’Europa per il rallentamento dei programmi di vaccinazione, affiancate da previsioni iniziali sull’aumento della domanda globale di greggio decisamente offuscate dal gruppo di tecnici dell’Opec che vedono al ribasso le stime per l’anno in corso, con una domanda mondiale che aumenterà di 5,6 milioni di barili al giorno, in calo rispetto ai 5,9 milioni previsti, sono tutti elementi che spingono l’Opec Plus verso un percorso ben preciso.

Poi c’è la questione delle scorte di greggio in aumento per diverse settimane consecutive, anche se l’ultimo dato dell’Energy Information Administration ha evidenziato una diminuzione inaspettata di 876.000 barili nell’ultima settimana, rispetto alle aspettative degli analisti per un aumento di 107.000 barili. La produzione di petrolio greggio degli Stati Uniti è scesa ad 11,08 milioni di barili al giorno a gennaio, da una revisione di 11,101 milioni di barili al giorno a dicembre, sempre secondo un rapporto mensile dell’EIA. La speranza è che con l’arrivo del periodo della driving season, dove c’è un aumento della domanda di greggio e solitamente la stagionalità in questo periodo è favorevole, il contesto migliori. Nonostante i prezzi più alti hanno incoraggiato le aziende americane ad aggiungere impianti di trivellazione e lo testimonia appunto il rapporto Baker Hughes, siamo a 337 impianti, difficilmente i trivellatori statunitensi si riaffacceranno allo storico record dei 13 milioni di barili giornalieri. I produttori di shale oil hanno subito dei cali di produzione molto decisi. La pandemia ha reso vita difficile per gli stessi, basti pensare che a livello globale ha distrutto un quinto della domanda di carburante e numerose società di scisto hanno dichiarato bancarotta mentre altre hanno organizzato fusioni per scaricare il debito. Per fare alcuni esempi, gli impianti offshore del Golfo del Messico hanno visto la più grande diminuzione di produzione sino a 245 mila barili al giorno, poi il Nord Dakota con un calo pari a 242 mila barili al giorno, in Texas la produzione media è stata pari nel 2020 a 4,87 milioni di barili al giorno con con un calo di 205 mila barili giornalieri rispetto al 2019 quando si è raggiunti il record dei 5,07 milioni giornalieri. Tuttavia, siamo ben lontani dai timori percepiti a marzo sul tema stoccaggio. Lucidi i ricordi dei numeri a Cushing, in Oklahoma, principale hub di raccolta del WTI, che, storicamente, a partire da quando il Future sul WTI è quotato per la prima volta nel 1983, inizia ad essere un effervescente snodo per la compravendita sul mercato a pronti del petrolio, grazie agli oleodotti presenti, alle raffinerie e terminali di stoccaggio. Oggigiorno è senza dubbio lo snodo principale del mercato globale del greggio. Qui viene consegnato il petrolio fisico. Indelebili le incredibili immagini delle petroliere in mare dinanzi le coste americane o le foto scattate lungo le spiagge di Singapore.

Ben lontani anche dalle narrazioni lette sullo storico Lloyd’s List, uno storico quotidiano fondato a Londra nel 1974 specializzato sulle notizie relative alla navigazione, alla logistica, alle piattaforme petrolifere, ha messo in luce un dato sul quantitativo di scorte di petrolio e prodotti raffinati presente sulle navi pari a circa 240 milioni di barili. Piccola divagazione e riferimento storico su Lloyd’s List. Fondato da Edward Lloyd, proprietario di un caffè/bar nella city di Londra che ha rappresentato dal primo momento un luogo simbolo per catturare delle informazioni utili agli armatori, ai naviganti che all’epoca contraevano polizze assicurative per le navi in partenza. Da questo caratteristico “centro informativo” nasce primo una sorta di bollettino per la navigazione denominato “Lloyd’s News” e successivamente il suddetto quotidiano. Questo storico caffè lo si può ammirare anche nel film degli anni trenta dal titolo “I Lloyd’s di Londra”.

Sulle materie prime sembra che il rialzo dei prezzi nei giorni recenti ha perso momentum, poiché alcune hanno rallentato la corsa, nonostante certe quotazioni sono vicine o ai massimi pluriennali. Tutto questo viene ben sintetizzato dal Thomson Reuters/Jefferies CRB Index. Il Thomson Reuters/Jefferies CRB Index, così chiamato a partire dal 2005, ha una storia molto interessante. Conosciuto sin dal 1957 grazie alla volontà del Commodity Research Bureau al fine di far nascere un indice composto inizialmente da 28 materie prime, si è trasformato in un vero punto di riferimento per molti analisti e trader di materie prime. Più volte è stato aggiornato, rivisto nella sua composizione ed adeguato ai cambiamenti del mercato e del tessuto economico. Oggi replica 19 materie prime con percentuali differenti e settori diversi che vanno dall’energy ai metalli, dalle carni alle soft-commodities… replica sostanzialmente l’andamento aggregato delle suddette materie prime. Non è il solo ad aver effettuato una performance davvero entusiasmante, basti osservare il grafico del l’indice S&P Goldman Sachs Commodity oppure il Bloomberg Commodity Index Futures. L’aumento del costo delle materie prime e di specifiche commodities L’aumento dei prezzi delle materie prime ha influito e continuerà ad influire sui costi dei prodotti alimentari. Altro tema molto dibattuto. La stessa Food and Agriculture Organization ha recentemente evidenziato una certa preoccupazione. poi il tema legato all’inflazione. Se da un lato l’aumento del costo delle materie prime può sembrare andare a braccetto con il discorso dell’inflazione allo stesso tempo bisogna immaginare che le stesse sono aumentate anche per altri fattori ben specifici.

Tuttavia, le politiche monetarie accomodanti, l’atteggiamento delle banche centrali e le politiche fiscali rappresentano un mix eccellente per la variazione dei prezzi al consumo e per il tasso relativo ai prezzi di beni e servizi. Anche l’indebolimento del biglietto verde, partito in maniera ancor più netta e decisa nel marzo del 2020 e comunque implementato da una stretta conseguenza degli interventi della FED, rappresenta un elemento di forza per le materie prime quotate in dollari. Inoltre, altra condizione tale da amplificare ulteriori interrogativi, la si riscontra da diversi mesi in quanto persiste una forte preoccupazione per l’aumento del costo dei container per il trasporto, con inevitabili ripercussioni. Andando a visualizzare le tariffe sul Freightos Baltic Index, il principale indice internazionale sui prezzi di trasporto, in collaborazione con il Baltic Exchange, che fornisce i costi di mercato per container da 40 piedi, si nota che ancora sono protagoniste cifre elevate con l’esplosione dei costi dai 2 mila agli 8 mila dollari per trasportare beni dai porti asiatici e cinesi a quelli europei.

Ritornando all’Opec Plus, si può affermare, senza timori di smentita, che le politiche adottate sono state il fattore predominante che ha calamitato il prezzo ai livelli attuali, dai minimi di aprile dello scorso anno. Storicamente uno dei fattori principali che ha condizionato parte delle politiche adottate dall’OPEC, già all’inizio del suo percorso, dal settembre del 1960 quando la sede è ubicata a Ginevra, è rappresentato dall’idea di contrastare la forza delle famose “Sette Sorelle” così chiamate da Enrico Mattei e che hanno avuto negli anni maggiore influenza nel settore, determinando il prezzo della materia prima. Questo per sottolineare come da sempre si osserva un film caratterizzato da un latente braccio di ferro. In fondo, approfondendo l’argomento, si intuisce che in realtà l’OPEC, sulla spinta iniziale del Venezuela, nasce in contrasto con il predominio delle “Sette Sorelle” e quindi di quelle importanti compagnie petrolifere americane ed inglesi. I contraccolpi interni in realtà non sono mai mancati anche negli ultimi incontri. Siamo passati dalla famosa guerra dei prezzi scatenata dalle contrapposizioni tra russi e sauditi ad un atteggiamento decisamente più costruttivo e dialogante, al netto di alcune diatribe che in certe occasioni sono state generate dagli Emirati Arabi Uniti, in relazione alle quote di produzione ed al rispetto delle stesse. La cautela è stata una linea condivisa dal segretario generale dell’OPEC Mohammad Barkindo, anch’egli intimorito dal protrarsi della pandemia ed i timori riguardanti la necessità di soddisfare i bilanci statali dei Paesi produttori. I contraccolpi si sono registrati anche in territori come l’Arabia Saudita, dove già lo scorso anno si è palesato un certo disorientamento, basti ricordare la famosa stessa trimestrale della compagnia petrolifera Saudi Aramco che proprio nella prima parte del 2020 ha segnato un utile netto in calo del 25%. Nonostante i sauditi riescono a produrre a costi decisamente più bassi rispetto alle compagnie dello shale oil americane, i prezzi drasticamente ridotti degli ultimi mesi hanno generato delle forti preoccupazioni in un Paese dove circa il 70% della popolazione ha meno di 40 anni, giovani, con aspettative altissime rispetto alla modernizzazione, alla tecnologia, all’innovazione. Questa situazione ha contribuito, in quei mesi di profondi ribassi, allo sviluppo della discussione di un piano di austerità che si scontra profondamente con i programmi importantissimi come il progetto Neom che prevede, attraverso un piano di 500 miliardi di dollari, la costruzione di una città del futuro ad energia sostenibile sul Mar Nero. Considerando inoltre che la gran parte della spesa pubblica nel Regno Saudita è sostenuta dagli introiti derivanti dal petrolio, risulta fondamentale alleggerire una economia troppo dipendente dal petrolio. E poi c’è la questione Iran da non sottovalutare, soprattutto per il medio-lungo periodo, in quanto un miglioramento nei rapporti con gli Stati Uniti ed il palesarsi di una nuova stagione di relazioni tra Washington e Tehran, a certe condizioni, possono spingere ulteriormente in avanti la produzione di petrolio iraniano. L’obiettivo è di ripristinare i livelli di produzione ed esportazione ai livelli precedenti le sanzioni del 2018 imposte da Trump. In attesa di nuovi ed eventuali scenari, fa discutere la notizia dell’acquisto da parte della Cina di importanti quantità di greggio di provenienza iraniana. E poi l’altra parte del mondo da non trascurare è sicuramente la Libia che ha ripreso la sua produzione con obiettivi ben specifici e spesso indicati dalla National Oil Corporation, che ha condannato aspramente i voleri del generale Haftar quando ha interrotto la produzione e l’esportazione di oro nero prodotto in quei pozzi controllati dalle forze a lui fedeli, sino ad arrivare a immettere sul mercato circa 1,3 milioni di barili al giorno. L’intento è di aumentare i numeri entro la fine dell’anno. Tutto questo pone l’accento sul rischio di un difficile equilibrio tra domanda e offerta nel caso in cui l’economia globale non riprende a volare alto.

Ma veniamo al titolo dell’approfondimento. L’ultimo vertice dell’Opec Plus è stato caratterizzato da un certo effetto sorpresa. Se alcuni analisti hanno immaginato la conferma dei tagli attuali della produzione di greggio, così come stabilita nei precedenti vertici, le stesse dichiarazioni dei principali protagonisti del vertice hanno alimentato la possibilità nella continuità di tale percorso. Anche il vice primo ministro russo Alexander Novak, sempre pronto ad aumentare l’offerta di oro nero, ha esclamato, nei giorni precedenti, le sue preoccupazioni soprattutto rispetto alle grandi incertezze della ripresa europea. Senza dimenticare le perplessità di Barkindo. Ma l’effetto sorpresa c’è stato. Qualcuno pensa a pressioni giunte da Paesi come l’India ma, al netto degli interrogativi, si è stabilito che entro il mese di luglio rientrano sul mercato 2,1 milioni di barili di petrolio al giorno, che rappresentano la somma dei 350 mila del mese di maggio più altri 350 mila a giugno, altri 441 mila a luglio, in aggiunta all’eliminazione del taglio extra da parte di Riad, pari ad un milione di barili al giorno. L’effetto sorpresa rappresenta la stretta conseguenza di un cambio di scena, un rinnovato ottimismo sulle prospettive della domanda, anche per quanto concerne il settore dei voli, del trasporto aereo, tanto colpito, con ricadute devastanti e ben evidenziate nei mesi scorsi dall’International Air Transport Association.

Analizzando i prezzi del WTI, si è riscontrata una struttura di mercato con prezzi futuri inferiori a quelli correnti e la stessa curva forward rappresenta plasticamente la sintesi di una sorta di un equilibrio non troppo stabile. Dal punto di vista grafico, la risalita del prezzo del crude oil, a seguito delle decisioni dell’Opec Plus, pari al 3,87 % fa ben sperare ed il superamento dei 62 dollari al barile può alimentare nuove fasi di acquisto a tal punto da ricalamitare la quotazione verso la parte alta del grafico, sino in area 66,50 dollari. La ripresa della domanda è il fattore predominante in quanto l’aggiunta di nuovi barili sul mercato rischia di far prevalere un percorso irto di ostacoli, aggiungendo difficoltà nel ritrovare il giusto equilibrio e soddisfare i produttori. Un surplus di offerta è in grado di generare nuove vendite. Pertanto, è decisamente utile monitorare l’area dei 57,40 dollari al barile che rappresenta una sorta di spartiacque. Se superato al ribasso, il petrolio rischia di rivedere i livelli che hanno caratterizzato buona parte di inizio 2021 quando il prezzo ha veleggiato tra i 51 ed i 55 dollari al barile. Vedere un prezzo in area 70 dollari è al momento ancora difficile ma non impossibile. L’auspicio è una ripresa netta e decisa dell’economia a livello globale, la fuoriuscita da questa nostra vita sospesa e la ripresa della quotidianità. Uno scenario del genere lo avrebbe auspicato anche il colonnello Edwin Drake (che in realtà non è mai stato colonnello ma si fa così chiamare dalla popolazione del piccolo centro di Titusville) colui che scava il primo pozzo di petrolio in Pennsylvania nel lontano 1859 con tanto entusiasmo, misto ad preoccupazione svanita del tutto quando vede fuoriuscire quello strano olio intercettato per la prima volta dall’uomo.

 

 

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